venerdì 27 novembre 2015

Profezie pesanti

Profezie pesanti. Una profezia trae questo nome dal fatto che una persona parli ispirata da Dio e annunci il futuro di cose che stanno per accadere. Così almeno si dice nel mondo dei credenti. In uno dei  quattro vangeli c’è scritto anche questo: “ Guai alle donne che sono incinte e a quelle che allattano” ( Lc 21,23). Sulla bocca di Gesù Cristo è più che una profezia, è proprio la parola che Dio pronuncia. Perché tanti guai? E perché non una vita tranquilla? E’ una domanda che mi fanno spesso gli anziani: perché il mondo va così a rotolo adesso? Mentre i giovani ( o quelli dell’età di mezzo) non domandano ma sono preoccupati. E’ vero, il mondo sembra una sfera che gira male. Ma non si può glissare sulle responsabilità. Altrimenti restiamo al livello di un vecchio strillone o di quelli che la  Bibbia chiama “ spiriti traviati” e dei quali aggiunge “ I brontoloni impareranno la lezione”. ( Isaia 29,24). La prima responsabilità è cercare di capire. Jérome Ferrari, un autore francese, scriveva ieri su Repubblica: “ Se ci fermiamo alla denuncia unanime della barbarie, effettivamente è molto semplice ed è più comodo..che cosa accade in Francia perché un’ideologia ripugnante come il salafismo divenga un oggetto del desiderio?”. Il salafismo è una delle scuole di pensiero dell’islam sunnita, molto legata al radicalismo islamico. E Olivier Roy, altro pensatore francese, sul Corriere diceva:” Alla base c’è un nichilismo, una repulsione per la società”. Ma non li descriveva – giustamente, secondo me – come matti o psicotici. Sono persone,in gran parte giovani, cui è mancato qualcosa. Qualcosa, intendo dire, a livello di trasmissione di valori, qualcosa che la famiglia – spesso la famiglia di origini musulmana – non è riuscita a trasmettere. Nichilismo è brutta parola, vuol dire filosofia del nulla. Del “ nulla esiste” o del “ nulla c’è per cui valga la pena di darsi pace”. Rimane solo la distruttività. Ma è la stessa logica delle stragi di massa negli Stati Uniti o di quel massacro in Norvegia del 22 luglio 2011, che causò 77 vittime. Tutta questa mancanza si chiama “ secolarizzazione”. Non è più solo il Papa o il cattolicesimo a usare questa parola, è chiunque si renda conto che i nostri figli hanno ricevuto poco e noi gli abbiano dato poco per formare la loro mente. Ecco perché le parole di Gesù sono raccapriccianti ma sembrano molto attuali. Ecco perché vale la pena di rifletterci, magari insieme.

lunedì 16 marzo 2015

Chi disturba?

Papa Francesco chi disturba? A chi dà fastidio? Dà fastidio anzitutto alla curia vaticana cioè a quell’insieme di organismi e dicasteri che dovrebbero aiutare la Chiesa cattolica, cioè il popolo di Dio, a vivere meglio la loro missione. Se la curia serve di aiuto,  dovrebbe dare anzitutto una testimonianza autorevole. Invece è a tutti noto che Francesco ha ereditato una gestione curiale non solo pessima ma anche autoritaria ( il contrario di autorevole) , ovvero in mano di un solo uomo, al quale papa Benedetto aveva delegato tutto ( o che si era preso tutto). Un uomo incapace di avere la fiducia di tanti suoi stessi collaboratori, oltre che quella di tanta gente comune, che, per il fatto di essere comune,  non è certo stupida e incapace di discernimento.
Francesco dà fastidio a quel conservatorismo insito nella mente di tanti cattolici, come fosse un codice genetico, a motivo del quale ogni dichiarazione dirompente, ogni esame di coscienza sulla serietà e validità di certi comportamenti, ogni naturale estremismo evangelico ( perché il Vangelo è estremista, nel senso in cui Gesù si è posto all’estremo della sua società religiosa) è fastidioso, irritante e fa scuotere la testa di chi non riesce a pensare altro che le cose debbano rimanere così e così per sempre. Nel corpo di questo conservatorismo arde una febbre eterna: l’incapacità radicata di distinguere le verità del Credo dalle dottrine morali. E – nell’ambito stesso delle dottrine morali – l’incapacità di distinguere valori da valori, opinioni storicizzate da certezze forti della tradizione, cose vecchie e cose nuove. E se è vero, perché l’ha detto Gesù, che ogni scriba saggio trae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche ( cfr Mt 13,52) , è altrettanto vero che la confusione tra le une e le altre è segno di uno squilibrio e di una mentalità accecata, che non farebbe crescere alcun tipo di società tantomeno la Chiesa.
Francesco dà fastidio a tanti preti, i quali dicono che il Papa parla male di loro. State pur certi ( parola di prete) che questi preti soni i primi a parlar  male di tantissime persone, parlano male di altri preti, parlano male del popolo di Dio loro affidato perché se ne lamentano di continuo, parlano male del loro vescovo, tuttavia se Francesco li scuote ( ci scuote), come si scuote l’otre che contiene del buon vino, vanno in tilt totale. E come li scuote? Dicendo per esempio che è bene che i preti facciano una vita sobria, che non abbiano auto di lusso, non facciano vacanze di lusso, non siano oziosi e accidiosi nel loro ministero e tengano conto che, se un papà si alza alle 6 del mattino per portare i figli a scuola, non è accettabile che un prete si alzi alle 9 o vada la sera, ogni sera, in giro per cantine, birrerie, campi di calcetto con i cosiddetti “giovani della parrocchia” ( quali giovani?) mentre un papà è stanco morto e non se lo può permettere. Dicendo loro, per esempio,  che devono prepararsi l’omelia e non improvvisare, facendo scontare un duro purgatorio ai praticanti, dicendo che devono essere attenti ai poveri, che devono cercare i lontani, che è opportuno – nella pastorale – non solo gestire l’esistente ( poco e sempre meno) ma inventarsi strade nuove, strade difficili ma non impossibili, sentieri che si scavano se si dà fiducia ai laici, se non si è schiavi delle proprie fissazioni o del “ si è sempre fatto così e basta”. A non pochi preti così Francesco dà il prurito e l’orticaria.
Francesco infastidisce quando accarezza la possibilità che i divorziati risposati si accostino alla Comunione. Stiamo parlando probabilmente di uno dei due coniugi ( non per forza di entrambi) che potrebbe essere ( non necessariamente è) il meno colpevole del fallimento del primo matrimonio e che dovrebbe ( non è detto che lo faccia) compiere un cammino penitenziale e dare certezza che la sua sia una vera conversione, più che un bisogno emozionale o una sistemazione di credibilità sociale. La Comunione, cioè il pane di vita, a queste serie e verificate condizioni! Non così, tanto per essere buoni! E c’è chi dice che così facendo la Chiesa crollerebbe! Ma come si faccia a dire amenità simili Dio solo lo sa. La Chiesa è nata da Cristo, dalle sue promesse e dalla sua Resurrezione. E’ nata dal sangue dei martiri. Si è consolidata dopo i grandi concili dei primi secoli che hanno combattuto eresie di fede con le armi del dialogo e del consenso. E crollerebbe o verrebbe meno alla sua identità evangelica se ammettesse i divorziati risposati ai sacramenti? O se usasse un linguaggio più tenue verso gli omosessuali, non certo partecipando con sue delegazioni ai “ gay pride”, ma casomai accogliendo il dolore e la difficoltà di quei genitori che hanno un figlio omosessuale o di quegli omosessuali che chiedono di non essere allontanati dalla Chiesa stessa, perché vogliono nutrirsi dei mezzi di salvezza che la Chiesa amministra ( non ne è proprietaria), spesso per vivere con maggiore speranza la possibilità di una vita normale, senza giudizi, senza fobie, senza emarginazioni anche nella propria Chiesa?
Francesco fa imbestialire vescovi che sono diventati vescovi perché hanno frequentato più le curie dei confessionali o perché hanno usato l’organo tattile della lingua verso il cardinale di turno o perché hanno scritto libri che non dicono assolutamente nulla, pontificando sulla parrocchia senza aver mai fatto un giorno di parrocchia, sulla catechesi senza aver mai tenuto un gruppo di ragazzi a catechismo o su questioni sociali senza aver mai incontrato un operaio o un metalmeccanico o senza mai aver messo piede in una mensa di fabbrica o in un dopo lavoro e senza mai aver tradito  la loro origine borghese ( che non é un peccato, certo, ma consiglierebbe una maggiore prudenza a parlar di temi che non si conoscono, non si sono vissuti né se ne sono mai conosciute le ferite). Sia ben chiaro, chi ha scalato il potere ecclesiastico, desiderandolo dalla culla ed essendone uno spregiudicato esecutore e lacchè, non può amare un papa come Francesco. Che ha come ogni papa un immenso potere ma che si sforza di usarlo senza mentalità da privilegio o senza amare cortigianerie principesche. Chi vola basso da sempre come in un pollaio  e cionondimeno l’hanno fatto vescovo, ha scarse passioni per le alture e meno ancora per le vette.
Perciò Francesco è solo e fa fatica a fidarsi di chi più strettamente lo circonda. Perciò Francesco ( e non è certo il primo papa così) ritrova se stesso quando sta a contatto con la gente, quando è vescovo e pastore del popolo di Dio. Perciò Francesco è stanco, come lo è chiunque , quando vede un’ingiustizia, non gira il collo verso il muro ma se ne prende cura, passione e ansia. Sono figlio prete di una Chiesa che mi ha dato tutto, che è sta per me madre e alla quale - come tanti colleghi e amici - mi sforzo di restituire tutto ogni giorno. Di pastori come Francesco ne ho visti alcuni, grazie a Dio nei tempi delicatissimi della formazione. Poi ho visto di tutto e di più, per questo vedo ora– come tanti – Francesco come un dono di Dio per un mondo che blatera e non tira fuori nulla se non chiacchiere, protagonismi, grandi sistemi cartesiani che non smuovono la crisi in cui siamo nemmeno di un centimetro. Perciò prego per Francesco ogni giorno e credo ognuno le debba fare, per la forza smisurata e inarrestabile della preghiera.








mercoledì 17 dicembre 2014

Fantastico Roberto


Sarò di parte, anzi lo sono ( e d’altronde essere col Papa è essere davvero di parte, ovvero dalla parte della Chiesa) se dico che le due serate di Benigni suo 10 comandamenti sono anche l’effetto benefico della presenza di papa Francesco a Roma. Una volta rotto il cerchio pesantissimo del conflitto con il mondo laico, conflitto a volte inevitabile ma spesso portato avanti in modo insano, imprudente e degenerante, è venuto fuori Benigni a parlare ininterrottamente di Dio per due sere, sulla TV di Stato. Io lo chiamo miracolo. O comunque cosa impensabile solo fino a dieci anni fa, forse anche meno. Quando persino i pochi minuti dedicati all’Angelus del Papa dai vari TG o il tempo della Messa trasmessa ogni domenica dalle Tv ( private, tra l’altro) o a qualche trasmissione di sapore religioso era considerato una sorta di attacco alla laicità dello Stato, definita – al contrario non dirò della verità ma dell’ovvietà – attraverso l’intolleranza verso ciò che è religioso. Punto.

Francesco ha cambiato pagina, senza abbassare la dottrina, senza compromessi col patrimonio della fede, e guarda caso  – se è vero che Dio muove il sole e l’altre stelle – dopo un anno un Benigni inimmaginabile è uscito fuori, forse dalle ceneri di quell’irriverente e sarcastico mattatore che conoscevamo ( e che ci ha non poco divertito).

Due serate, specie la prima, indimenticabili. Un colmo di gratitudine e di meraviglia. Forse anche di azzardo, come lui ha detto ( “ o mi scomunicano o mi fanno cardinale”). L’azzardo di dire, di fonte a un 38% di ascolto, che la cosa più importante è l’anima. In questa cultura che ha ucciso l’anima, sembrava di sentire gridare la sentinella dall’alto della torre:” Arriva il nemico, facciamogli festa!” Il nemico più grande di tutte le volgarità, di tutte le sciocchezze,di tutte le porcherie, le bravate, i tormentoni, di tante pubblicità ridicole, di tutti i personalismi di basso livello di tanti uomini e donne della Tv, è proprio l’anima. Ebbene, l’anima è stata riaccolta sul grande schermo e riproclamata dalla voce di un premio Nobel che ha fatto parlare anzitutto la sua.

Benigni ha parlato di Dio. Cosa incredibile. Ne ha parlato con stupore. Ininterrottamente, inesorabilmente. E quando si dice che la predica deve essere abbastanza corta, sennò stufa, d’ora in poi si dirà Benigni docet. Se di Dio si sa parlare, se dal parlare su Dio viene fuori un cuore innamorato, non c’è durata che tenga. Nemmeno il minuto di silenzio della prima serata, proclamato e chiesto per ascoltare quella voce che solo il silenzio fa percepire, nemmeno quello è parso lungo. Alla faccia di tanti minuti di silenzio negli stadi che si concludono – inevitabilmente – con un applauso. Contesti diversi, si dirà. Ma il silenzio, se viene dall’anima,  crea solo altro silenzio e i silenzi creano ascolto. Benigni, senza mai citarlo, ha ricordato l’essenziale di san Paolo:” La fede nasce dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” ( Romani 10,17).

Qualcuno avrà ancora il coraggio di Dire che di Dio non si può parlare? ovvero che – se Dio risuona per suo conto nella coscienza – si deve tacere? Che la religione deve essere individualista ( e ognuno lo debba essere )?

Roberto Benigni ha spezzato il filo cui si tiene appesa incertamente la secolarizzazione. Credere si, ma non parlarne. Perché, se ne parli, ti imponi e imponi, come se la parola fosse – di natura sua – una specie di ghigliottina dei pensieri liberi, di un sorta di anarchia della mente che sarebbe preferibile alla verità, da una verità che cerchiamo insieme ma avendo il coraggio ( e l’umiltà) anzitutto di capire cosa c’è di alto, di grande nella nostre anima, prima che nelle nostre opinioni più o meno informate.

Nell’anima c’è Dio. Ma il punto è se crediamo nell’anima( e se la nutriamo, come lui ha stupendamente ricordato). Benigni ha magistralmente detto che il primo comandamento suona così:” Io sono il Signore Dio tuo”. Ha sottolineato quel “ tuo”. Non è un Dio che si rivolga all’uomo come nei film da serial killer, dove il profilo e tutto è uguale e tutto scontato. La debolezza del seriale ( quando lo prendono) si rivela sempre quella di chi è programmato come una cosa ripetitiva e asfissiante. Io sono tuo, dice Dio, e tu sei mio. Una relazione, un rapporto, qualcosa di irripetibile, di individuale, di irriducibile a pure forme e a soli dogmi.

E, se uccidiamo l’anima, uccidiamo l’uomo. Noi stessi. Rendiamo – ha detto Roberto – vana la nostra vita. E come spot straordinario per quel Dio che reclama attenzione e relazione, ha detto:” Siamo connessi con il mondo ma disconnessi con noi stessi. Il corpo corre e l’anima rimane indietro, boccheggiante”.

Fantastico Roberto. Non ha citato un  autore cattolico ( piuttosto aiutanti poeti e pastori valdesi) eppure ha compiuto l’opera più cattolica, nel senso di universale ( vero significato del termine): ha stimolato milioni di persone a riprendere in mano la Bibbia ( lo faranno?) e quelle 10 parole che hanno cambiato il mondo e che rimangono nella coscienza di ciascuno di noi. Quelle 10 parole alle quali persino una Chiesa, a volte troppo preoccupata di abbellire se stessa in liturgie o troppo ansiosa di mantenere le sue strutture, non ha proclamato sempre con vigore. E con la meraviglia dimostrata da un laico.

Domani, a scuola, dirò ai miei alunni:” Lo vedete che quando vi faccio le lezioni sulla Bibbia non sbaglio obiettivo?”. L’ignoranza agghiacciante della Bibbia – basta fare lo zapping sui quiz televisivi e spanciarsi di risate o amareggiarsi quando capitano le domande religiose – quell’ignoranza che non pochi credenti combattono, forse con Benigni ha iniziato ad essere picconata, come il muro di Berlino, almeno a livello pubblico.

Quando il linguista Tullio De Mauro, di sinistra e ministro della Pubblica istruzione, lamentò il deficit di cultura biblica nella nostra scuola, nessuno lo azzittò, perché era un vate della sinistra ( e un uomo molto intelligente). Ora Benigni ha dato in qualche modo forma a quell’appello e a quell’accorata ammonizione.

Grazie Roberto. Una pagina memorabile, per nulla bigotta, è stata scritta. Ora chi, come il sottoscritto,

lavora faticosamente per essere annunciatore e – quando ci riesce – affascinatore, nulla sarà come prima.

 

 

giovedì 13 novembre 2014

Riforma vera


Papa Francesco la riforma della Chiesa la sta facendo davvero. E – come è avvenuto e avviene in ogni riforma – sono spuntati ( da tempo)  i suoi nemici. Vogliamo dire avversari, per indorare la pillola? E diciamolo!

Ma chi sono questi avversari? Per capire chi è che ti avversa o ti affidi alla valutazione morale o rifletti con profondità sui contenuti. Quanto alla prima, l’invidia – penso – è il peggiore dei sette vizi capitali. E’ capace di far calare l’oscurità anche su un’ottima intelligenza. La quale intelligenza, se non tarlata dall’invidia, dovrebbe essere contenta dell’affetto che la gente ha verso il Papa, perché è affetto verso la fede e verso la Chiesa. Dovrebbe gioire che sui giornali i cristiani non vengano più tanto sistematicamente attaccati sempre sulle solite cose, facendo di un fiammifero un principio di incendio. E’ vero che Gesù ha detto   guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” ( Lc 6,36). Ma non mi risulta abbia detto: fate di tutto per far parlare male di voi e per farvi ridere dietro!

Se invece si riflette sui contenuti la questione dell’avversità diventa più delicata ma anche comprensibile. Francesco ha una grande chiarezza espositiva. Parla con semplicità, con profondità, non teme di chiamare le cose con il loro nome. Se deve dire che un cristiano non è tale per occupare spazi di potere lo dice e basta. Se vuol dire che un vescovo non deve andare in giro bardato come a carnevale, mettendo avanti più la sua vanità che la sua capacità comunicativa, lo dice e punto. Se deve dire ai vescovi: non ordinate preti indegni( magari cacciati da altri seminari)  solo perché i preti vi mancano, glielo dice e gliel’ha detto! Ecco dunque spiegata la prima avversità. C’è tutta una corrente ecclesiastica che teorizza ( magari non in modo codificato) che si debba dire e non dire, parlare e tacere, dire tutto e il contrario di tutto. Ricordo – un ricordo piccolissimo perché riguarda uno come me – che quando in un’omelia dissi che anch’io avevo certe tentazioni e che era normale averle in una sana umanità, una signora ( in gamba) venne subito a rimproverami di averlo detto perché così davo la sensazione di essere un debole, cosa quanto mai sconveniente per un prete. La signora era in buona  fede, ma quanto lo siano i teorici della comunicazione criptata, su questo ho seri dubbi. Quello che dice il Papa apertis verbis lo dicevano tanti sinceri credenti ma tante cose prima non si potevano dire! E qui mi fermo.

Francesco vive in modo normale. Abita in un appartamento di 70 mq, scende dalla papamobile e beve il mate, ha una predilezione per i deboli, che non sono necessariamente i poveri di finanze ma anche i non protetti, i non raccomandati, quelli che lottano per la giustizia senza ottenerla. E’ più facile che incontri e si prenda a cuore volentieri di una situazione in cui una persona senza appoggi rischi di rimanere schiacciata che non di situazioni ordinarie. E’ più facile che telefoni e inviti a santa Marta una mamma che ha perso il figlio o un gruppo di ragazzi di una parrocchia che non si attardi con illustri personaggi che il cerimoniale gli impone. Personalmente ( lo dirò con chiarezza al momento opportuno) ho fatto anche io esperienza di questa sua benevolenza. Ecco la seconda avversità. Un Papa che vive così non è – dicono o pensano alcuni – secondo la tradizione. Quale tradizione? Quella dei potenti, ovviamente,  quella di chi non vuol cambiare alcunché perché ha paura che – avvicinandosi troppo i “ poveri” alle stanze del potere  – avvengano troppe involuzioni e rivoluzioni che – si sa – fanno sempre paura a chi gode privilegi e non “ diritti”. E’ una mentalità, uno stile. Chi ha sempre vissuto come un principe o come un potente vede come fumo negli occhi l’esempio di un potente che si libera e si scioglie da certi abbracci. 

Francesco dialoga. Il dià – lògos è il contrario del mono – lògos. Chi dialoga si espone, deve mettere da parte la paura del crollo delle sue ideologie( non della fede). Spesso la fede si trasforma in ideologia perché difende non Cristo e l’uomo ma principi inveterati, tradizioni umane che – per essere state per tanto tempo intoccate – sono ritenute vangelo. Chi dialoga è vulnerabile, è vero. Chi dialoga deve essere preparato anzitutto ( ecco perché tanti preti appena usciti dal seminario non dialogano, perché sono clericali ma del tutto ignoranti). Chi dialoga deve essere riconciliato con se stesso, uomo di pace, che rifugge dall’attacco, dalla sciabolata, dalla violenza verbale. Non pochi credenti hanno la mentalità dell’aspirapolvere: meglio risucchiare tutto, la sporcizia e insieme magari una perla preziosa caduta a terra, invece che la pazienza del discernimento, dell’ascolto, della difesa paziente e ragionevole della verità.  Tanti cristiani sono convinti dell’immutabilità di certi principi umani perché è a quei principi e non alla grazia di Cristo che attribuiscono il futuro della fede. Certo, è fastidioso essere contraddetti ma ne viene spesso insieme la benefica sensazione di essere entrati in un ambiente buio ove mai nessuno era entrato. Quanti infatti non hanno incontrato Cristo non per loro responsabilità! E quanti hanno per anni pensato che il loro mondo fosse lontano da Cristo solo perché non il Vangelo gli era stato offerto male, o per imposizione o chiamando vangelo alcune fragilissime norme etiche.
Gesù non ha fatto diversamente. Ha parlato con semplicità eppure ha detto chiaramente che non a tutti era dato di capire. Chi non lo capiva e lo disapprovava erano sadducei e farisei, ovvero credenti salottieri e credenti rigidi. La sua sentenza di condanna è stata emessa da un pagano ma è stata preparata negli ambienti ecclesiastici del Sinedrio di Gerusalemme. La storia si ripete, non sempre ma, in alcuni casi, con cristallina continuità.

martedì 4 novembre 2014

Sinodo e paure


E’ stato il sinodo delle novità ma anche delle paure. Il recente sinodo straordinario sulla famiglia, convocato da papa Francesco ad ottobre, è partito col pessimo carburante delle paure. Paure ben poco giustificate già in una corretta visione di fede, che ininterrottamente ricorda come queste assemblee hanno una speciale “ tutela” dall’alto. Paure ancor meno comprensibili se si pensa che tutto il “ timore” veniva dalla relazione del card. Walter Kasper, fatta al concistoro straordinario dei cardinali il 20 e 21 febbraio 2014. Il Papa gli aveva affidato uno specifico rapporto sullo stato della famiglia nel mondo e in occidente e anche ( e non solo) sulle possibilità di apertura, o meglio di più ampia considerazione – dal punto di vista della dottrina morale della Chiesa – rispetto a situazioni, ritenute ( allora ed anche ora) non regolari, di famiglie non legate dal sacramento del matrimonio. Certe persone nella Chiesa hanno subito reagito come quando il parroco nella comunità comincia a prospettare l’idea che si cambi orario alle Messe domenicali o che si cambi l’età del catechismo o ancora che si rifaccia una parte della Chiesa togliendo qualche antico dipinto ritenuto più “ sacro” dell’altare o del tabernacolo.

Sullo sfondo, come sempre, l’antipatia di alcuni per papa Francesco. Per i consueti motivi: Francesco parla chiaro, ascolta la gente, ha un buon rapporto col mondo laico, senza ingrugnimenti , stoccate, colpi bassi ( che tanti personaggi nella Chiesa ancora usano credendo così di difendere la verità). Francesco  non è dogmatico ( nel senso che sa distinguere dottrina rivelata da Dio da dottrina umana, cosa che è molto chiara alla coscienza cattolica ma che molti dimenticano sistematicamente), non è clericale, parla a braccio, perciò stesso è ritenuto imprudente ma nella sua “ imprudenza”, da buon gesuita, sa quel che dice e sa come dirlo. La scure di cardinali contrari o, come dicono alcuni, di cardinali “pentiti” di Francesco, come pure di giornalisti cattolici di tutto rispetto, come Socci o di laici nostalgici di altri pontificati, come Ferrara, o piacevolmente polemici, come Magister, si è abbattuta sul sinodo, cercando di falciare ovunque. E’ stato detto di tutto: che l’informazione data dalla sala stampa era pilotata, che la discussione non era libera, che Francesco passava i “ pizzini” al cardinale Erdo ( relatore generale al sinodo) , che la barca della Chiesa era senza timone, fino ad arrivare ( chissà come mai, proprio in un contesto simile) all’uscita di un libro che sostiene addirittura l’invalidità canonica dell’elezione di papa Francesco ( raccontando – in palese violazione del grave obbligo del segreto – cose che sarebbero avvenute in Conclave).

Il sinodo non ha cambiato nulla, dal punto di vista della dottrina morale. Era un sinodo straordinario e -  per giunta – ogni sinodo è consultivo. Far parlare i padri sinodali, tra i quali molte coppie di laici sposati, è stato un gesto che ha fatto paura solo ad alcuni. Se dialogare fa paura c’è da chiedersi cosa sia la verità. Che cos’è una verità che non dialoga? Che cosa è una verità che non guarda con il cuore pacificato ad un mondo ( fatto di gente normalissima) che non riesce a stare sempre – e non sempre per cattiva volontà – sui binari di regole definite? E’ la verità dei farisei, che “ filtrano il moscerino e ingoiano il cammello” ( Mt 23,24).

Che cosa è una verità che non si confronta ogni giorno con l’esperienza? L’esperienza di tanti che stanno insieme, non hanno perso la fede, sono attraversati dalle normali crisi di fede e di appartenenza alla Chiesa, che tutti abbiamo passato, eppure non negano Dio né negano l’importanza e l’autorevolezza della Chiesa stessa e la sua capacità educativa. Ci portano i loro figli, spesso li accompagnano in chiesa ma non possono accostarsi ai sacramenti. E’ frequente che uno dei due soffra per questo e riconosca anche l’errore che lo ha fatto cadere ma ora chieda se non la sanazione della sua situazione ( impossibile spesso sul piano giuridico) almeno la misericordia per poter vivere una vita con i segni della fede, che diciamo tutti essere indispensabili. Tanti sacerdoti che non stavano al sinodo hanno già imboccato la via di una comprensione  che nulla toglie alla sanità e alla saldezza della dottrina.

Il sinodo – lo ripeto – non ha modificato la dottrina della Chiesa. Non quella sull’indissolubilità del matrimonio valido, che la Chiesa non può cambiare perché viene dal Vangelo. Non ha deciso di dare la Comunione a tutti, senza discernimento. Basta un briciolo di esperienza e di mente pensante per sapere che ci sono coppie con unioni irregolari che non chiedono alcun accostamento ai sacramenti e non hanno alcuna intenzione di percorrere cammini di fede o di conversione. Questo avviene anche ( e spessissimo) in coppie regolarmente unite dal matrimonio sacramentale. Non a questi si rivolgevano i tentativi di parte del sinodo, come se la Comunione fosse una pastiglia Valda da somministrare ai primi sintomi di spiritualità. Si è parlato solo ed esclusivamente di quelle coppie o persone che hanno o in prevalenza subito o anche parzialmente contribuito al fallimento di un’unione valida ma che desiderano continuare un cammino di fede e per giunta in un contesto di ammissione delle proprie responsabilità, che può passare solo da una direzione spirituale o dalla Confessione. Un parroco conosce molto bene decine di queste situazioni, molto più di polemisti cattolici o cripto- cattolici che riempiono i loro blog di offese, quando non di bugie.

Il sinodo non ha detto che le unioni omosessuali siano pari a quelle eterosessuali. Quando mai e dove? Ma è opportuno non dimenticare che le persone che sono in questa condizione necessitano di un’attenzione che è anzitutto accoglienza e, in secondo luogo anche se non sempre, può portare a modificare alcune scelte. Questa infatti è la conversione, anche laicamente. Rivedere se stessi alla luce di Dio e della propria coscienza, una cosa ben diversa dalla manifestazione in piazza dei propri diritti e dei propri orgogli.

La storia – molto poco conosciuta da alcuni – è maestra anche in questo. Antoine Arnauld, vissuto nel Seicento, era un sacerdote giansenista, seguace fermissimo di una teoria rigorista sul piano della morale e dei sacramenti. Un suo scritto “De la fréquente communion” ( La Comunione frequente) sosteneva che l'Eucaristia è un premio per i santi, non un rimedio per chi è debole: l'eccessiva frequenza alla comunione è causa di gravi danni. Tale teoria fu condannata già nella seconda metà del Seicento dal papa Innocenzo X. L’ossessione di una Chiesa di perfetti torna spesso e, ogni volta che qualcuno ( vedi papa Francesco) comunica l’immagine di una barca che fa salire i più affaticati, per sfamarli anzitutto e poi rimetterli in sesto anche nell’anima, c’è sempre una reazione in nome della tradizione, interpretata spesso senza contatto con l’esistenza. Che non capiti ai “ giusti” di sentirsi troppo dire quel che dice Gesù nel Vangelo di oggi “Vi dico: Nessuno di quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena». ( Lc 14,24)

 

 

 

giovedì 16 ottobre 2014

Beato Paolo


 

Conobbi il papa Paolo VI da vicino il 16 maggio 1978. Da 8 mesi ero entrato in seminario e il Papa venne a san Giovanni in  Laterano ( il seminario é attaccato alla cattedrale) a celebrare una Messa in ricordo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse pochi giorni prima. In sacrestia, essendo stato scelto per servire la Messa al Papa, vidi il cerimoniere che – dopo averlo aiutato a salire sulla sede gestatoria – gli sistemò la gamba dolorante, piegandogli  leggermente il ginocchio. Il Papa gridò sommessamente per il dolore fisico. Non potei non commuovermi. Era un gigante fragile, malato. La sua espressione solenne e triste di quel giorno faceva uscire le lacrime. Giorno indimenticabile. Il 6 agosto di quello stesso anno ero a Strasburgo, in vacanza con due amici. Dormivamo in tenda e – passeggiando  per la città – vedemmo Il Corriere della Sera aperto a due facciate presso un giornalaio: “ E’ morto Paolo VI”. Fatto improvviso, inatteso. Quello poi fu l’anno dei due Papi, Giovanni Paolo I, morto dopo 33 giorni e Giovanni Paolo II, per la cui fumata bianca ero ( stavolta) in piazza. In realtà il vero Giovanni Battista Montini lo conobbi dopo, quando studiai la storia contemporanea della Chiesa e soprattutto il prodigio grande del Concilio Vaticano II.

Appresi con il tempo – che per un appassionato di storia è sempre amico – i sacrifici di quest’uomo e, insieme, il suo grande senso profetico. La storia della Chiesa, o meglio la Chiesa nella storia, si mosse anche grazie a lui. Il Concilio Vaticano II lo concluse lui. Un’opera umanamente gigantesca, fatta soprattutto di mediazione, di ascolto, nella quale spiccò la sua grande intelligenza e il suo amore per la Chiesa. Senza il Concilio la Chiesa sarebbe rimasta nel pantano di quell’immobilità in cui oggi più di qualcuno la vorrebbe , tornando indietro , come in una sorta di gloria passata, come se invece il tempo stesso non fosse passato ( trascorso) dimostrando che senza dialogare con il nuovo che emerge, si rimane indietro e irrimediabilmente spenti. E soli. Paolo VI, il 19 ottobre proclamato beato dalla Chiesa il cui  papa è Francesco, è stato un grande Papa. Non ci rimangono i suoi sorrisi, le sue battute. Non ha mai cercato di imitare papa Giovanni, il “ papa buono”. Non prendeva in braccio i bambini ma i suoi sorrisi sono indimenticabili . Sorrideva come sorride un uomo austero . Sorrideva quasi come un nobile. Era capace di provare entusiasmo per la folla, come nei grandi viaggi pastorali in India, nelle Filippine, in Colombia, in Terra Santa, inaugurando una stagione che poi san Giovanni Paolo II, da lui creato cardinale, fece diventare epica. Era un uomo fine e intelligente. Preparatissimo. Era – va detto – un progressista, progressista rispetto a un modello di Chiesa oramai superato. La Chiesa non cambia pelle riguardo alla fede, che la lega a tenaglia al Vangelo, ma certo la cambia quanto alla sua capacità ( o meno) di andare incontro alle cose nuove che il mondo, governato da Dio, le presenta e le chiede di affrontare. Non fu Leone XIII, vissuto 100 anni prima di Paolo VI, a scrivere un’enciclica famosa chiamata proprio  “ Rerum Novarum”? Soltanto un uomo illuminato come Paolo VI poteva insistere perché nella GAUDIUM ET SPES,  Il più importante documento pastorale del Concilio,fosse inserita questa frase:” Come è importante per il mondo che esso riconosca la Chiesa quale realtà sociale della storia e suo fermento, così pure la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dall'evoluzione del genere umano. L'esperienza dei secoli passati, il progresso della scienza, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana, attraverso cui si svela più appieno la natura stessa dell'uomo e si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò è di vantaggio anche per la Chiesa” ( 44).

Una Chiesa che riconosce che il mondo può darle aiuto e insegnarle qualcosa ,almeno  sul piano della convivenza umana e delle varie dinamiche dell’esistenza,  è il modello di Chiesa che Paolo VI ha portato avanti con coraggio. E’ il modello di Chiesa che oggi porta avanti papa Francesco. Senza venire meno alla fede. Poiché ogni cambiamento serio nella Chiesa, sia nelle sue strutture che nel suo agire verso gli uomini, quando è intelligente e produce frutti di dialogo e di annuncio del Vangelo, è sempre opera della grazia di Dio. Ed é per questo che quelli che cercarono di affossare Paolo VI sono i degni compari di quelli che oggi cercano di affossare Francesco. Non ricordo se papa Montini chiedesse spesso di pregare per lui. Francesco lo chiede sempre. E noi dobbiamo farlo sempre.                                             

 

venerdì 29 agosto 2014

Un'estate al mare


Non l’ho passata tutta al mare ma la canzone del mitico Battiato mi dà la partenza per alcune considerazioni. Al mare ( in spiaggia libera e senza ombrellone) se vuoi resistere al fuoco divoratore o ti metti chili di crema o passeggi e leggi. Come ti può sfuggire la notizia del nuovo romanzo di Erica Jong, la scrittrice americana che sbancò gli incassi con “ Paura di volare” nel 1973? Era un romanzo tra l’erotico e il femminista ( due cose non accostabili),nel quale in sostanza Erica diceva che amare così, come ti capita e per giunta per trovare il tuo poso di donna nel mondo accademico, era cosa buona e giusta. La filosofia di fondo è la stessa del celebre film “ Whatever works” ( “ Basta che funzioni”) di Woody Allen, nella cui vicenda basta – appunto – il principio del “ funzionamento”: etero, omo, con uno o una di trent’anni più di te o meno di te. Ma che importa? Basta che sei “ felice” ( mitica e scontatissima parola che funziona, quella si, da imbuto di ogni stranezza candida ti venga in mente).

Ebbene Erica Jong ha dichiarato qualche giorno fa che ora ha capito che il matrimonio è prezioso e rivela che ha appena celebrato le nozze d’argento. Si appresta adesso a scrivere “ Paura di morire”, romanzo che lei stessa definisce della maturità. In realtà sembra che sia un modo per dire che non ha paura di morire proprio perché si tratta di una  donna simile a quella del romanzo precedente la quale , pur andando in giro a cercare avventurette guidate da fantasie, poi desiste perché si accorge che ama suo marito. Incredibile! Che reazionaria! Che infelice! Ha avuto l’ardire di riabilitare la vita a due e non solo. Ha anche detto di sé: “ Ho detto tante cose terribili, ma ero giovane e cinica”. Questo poi! Dire a un giovane che ha bisogno di farsi un equilibrio, di costruirselo ogni giorno e che – nel cammino di integrazione con se stesso – il valore fedeltà è importante. E insieme la speranza di farcela. “ Non lasciatevi rubare la speranza”, ripete ovunque un uomo vestito di bianco che si fa chiamare Francesco.

Nessuna soddisfazione ( e ci mancherebbe), solo amarissime considerazioni a leggere che un comitato di indagine ha scoperto che nella città inglese di Rotherham che dal 1997 al 2014 ci sono stati abusi su 1400 minori. Orge, silenzi, omertà, scrive il rapporto. Una trama sconcertante nella quale per sedici e più anni quasi tutti hanno fatto finta di niente. Letteralmente si dice che si sarebbe potuto “ scoperchiare il pentolone” per tempo e nessuno lo ha fatto. Ma il regno di Gran Bretagna non è quello dove un cardinale, precisamente Keith O Brien di Edimburgo, è stato costretto alle immediate dimissioni da Benedetto XVI, sulla base di semplici accuse di tre preti, abusati quando erano giovani seminaristi, e gli è stato impedito di partecipare al conclave di un anno e mezzo fa?  Da un po’ di tempo, vivaddio, di pedofilia dei preti o dei vescovi si parla meno. Primo perché è la chiesa stessa che ne parla per prima, scoperchiando i suoi pentoloni e usando un rigore santo verso chi si macchia. Secondo, perché i giornali hanno “ finalmente” scoperto che la pedofilia non è lo sport nazionale del clero, essendo una drammatica depravazione di una cultura che ha rimesso di nuovo i bambini al centro di morbose attenzioni, contemporaneamente all’averne fatto non soggetti per la formazione – come fa la gran parte della chiesa insieme ad altre istituzioni – ma fenomeni da baraccone, da successo, come in certi programmi tv in cui vengono svenduti con la promessa di una brillante carriera.

Più tragica è invece la faccenda del risorto califfato di Al Baghdadi, leader dell’Isis, che ha rimesso in piedi ( alla faccia del rinnovamento) un’istituzione - il califfato – scomparsa nel mondo islamico addirittura nel 1924, grazie alle riforme di Ataturk, presidente della prima repubblica di Turchia. Tragica perché ora è più difficile parlare con un amico musulmano, anche perché vedi la sua sofferenza in volto, comprendi che ti vuol dire che l’islam non è quello e tu – se sei normale – non ne profitti per crocifiggerlo. L’ideologia del nuovo “ califfato”  è : distruggete tutti gli infedeli. Come ha messo in luce,  da maestro, Massimo Introvigne, i guerriglieri dell’Isis, che sono sunniti, vogliono anzitutto distruggere tutti gli sciiti, già minoranza nel mondo musulmano e insieme i cristiani. Il massacro è dunque in primo piano contro altri musulmani, se non altro perché sono di più nel mondo orientale e poi contro i cristiani che già faticano sangue e sudore a rimanere in terre ormai islamizzate ma originariamente cristiane, perché in quelle terre è nato l’ebreo Gesù. Sono armatissimi, hanno l’oro nero, hanno prosciugato le banche irachene, addirittura impongono il pizzo ai commercianti pur di arricchire e avanzare. Chi ricorda più gli appelli del cuore tremolante di san Giovanni Paolo II: “ Lasciate stare l’Iraq!” Fatto fuori Saddam Hussein, dopo un breve interregno di confusione, ecco chi risorge al suo posto. Ed ecco di nuovo – da Obama a Renzi – che ci spiegano che senza le armi non li possiamo fermare. In questa strategia che facciamo fatica a seguire, nel tentativo difficile di farci un’opinione su come reagire, brilla come rugiada la delicatezza di Ronald Lauder, presidente del Congresso ebraico mondiale. Un coraggioso e aperto figlio di Abramo, che scrive: “ Perché il mondo tace mentre i cristiani sono sterminati?”. “ Poche proteste si levarono sulle campagne di epurazione naziste del 1930 prima che fosse troppo tardi e,come allora, il silenzio di oggi è altrettanto assordante”. “ Decapitano bambini e mettono la loro testa su bastoni. Per ogni nuovo bambino ucciso, altre madri violentate e uccise e i padri impiccati. Ora, dove sono le proteste? Dove sono le grandi manifestazioni di massa con i cartelli e gli slogan urlati? Dov’è la rabbia e lo sdegno?”. Grazie a Ronald Lauder per questa franchezza controcorrente. Grazie a chi prega e digiuna e vuol bene. Grazie a chiunque ami così tanto Dio da diventare limpido operatore di pace.