mercoledì 18 dicembre 2013

E' Natale, si può fare di più...


E’ Natale è Natale si può fare di più..è l’incredibile tormentone TV che ci viene ormai propinato da 3 anni come pubblicità di un prodotto dolciario. Quest’anno, poi, peggiorato dall’allucinante immagine di un bambino che, affacciato alla finestra di sera, soffia sullo zucchero di un pandoro socchiudendo gli occhi, in una sorta di atteggiamento mistico New Age, come se si mettesse a canalizzare un rapporto con un’entità misteriosa..sarà babbo Natale? Largamente probabile!

A Natale – sembra dire la canzoncina – siamo o dovremmo essere più buoni, perciò si può amare di più. A Natale puoi! Puoi cosa? Amore è un parola-ombrello, sotto la quale si può far entrare ogni cosa. Proprio per la sua attitudine a prestare il fianco ad ogni interpretazione – e per la sua scontata e insostenibile retorica – ormai anche alcuni preti fanno attenzione a usarla con parsimonia. Che cos’è l’amore? E perché a Natale si ama di più? A  Natale invece – tra gli altri - c’è un tormento addirittura maggiore della succitata canzone. E’ quello di “ doversi” ritrovare tra parenti con i quali non si parla da mesi o da anni e “ doverci” parlare a tutti i costi. Con la tecnica dell’alternanza: a Natale da me, a santo Stefano da te! Se devo dirla tutta,. Mi sta più simpatico Panariello che ringrazia la vicina, insistendo con una comicità davvero autentica, di avergli regalato a Natale nientemeno che la custodia del cellulare. Ma non doveva signora, non doveva! L’ironia – come sempre – seppellisce le retoriche di tutti i tempi.

Forse l’amore parte dalla speranza, almeno se crediamo che siano messe in fila bene le tre virtù teologali della fede cattolica: fede, speranza e carità. Papa Francesco è un segno di speranza davvero forte. E’ un segno, anzitutto. Francesco usa il linguaggio dei segni. Abbraccia, bacia con passione, tende la mano, alza la voce, ride, punta il dito quando è necessario. Il suo corpo è una mimica straordinaria, che dice ancor più delle sue parole, che già dicono tanto. E’ uno dei pochi segni di speranza in questo mondo e in questo tempo. Persino il Time ( che appunto significa  “ Tempo”) gli ha dedicato la copertina come uomo dell’anno.

Chi direbbe che una riforma è espressione di amore? Ebbene, lo è! Francesco, per amore, ovvero per dedizione, passione, con vero sacrificio( quel sacrificio nel quale si paga di persona) sta riformando la Chiesa. La riforma anzitutto dicendo cose che pochi avevano il coraggio di dire. L’altro giorno, a santa Marta, ha ricordato che “ dove manca nella Chiesa lo spirito di profezia, c’è spazio solo per il clericalismo”. Già dialogando con Eugenio Scalfari aveva affermato: “Capita anche a me, quando ho di fronte un clericale divento anticlericale di botto”. Ecco, questo è amore, per esempio,. Avere il coraggio di dire la verità e di esporsi per essa. Un Papa che si dice anticlericale non s’era davvero mai sentito.

Non solo lo dice ma anche lo scrive. La “ Evangelii gaudium”, il suo ultimo documento rivolto ai credenti sullo spirito giusto per annunciare il Vangelo, fa più di un riferimento a quei personaggi che sembrano ( e sono) convinti come il fariseo di non aver nulla da imparare al riguardo. Alcuni di questi sono i preti. Francesco, dal n. 135 al n. 153, scrive ai preti ( e a chi, sennò?) come si prepara, come ci si appassiona, come si comunica un’omelia. Ecco il bello di questo papa. Conosce la concretezza delle cose, sa bene che tormento sia per i credenti praticanti ( ancora il “partito” più forte in Italia) ascoltare certe “ spiegazioni” del Vangelo. E sembra dire: per avvicinare i lontani, per favore, non perdiamoci i vicini.

Segno di speranza per un mondo affaticato. Come lo è stato Nelson Mandela, anch’egli un potente rimasto povero in mezzo ai poveri. Uno che mai si è dimenticato da dove proveniva. Anch’egli ha amato la sua gente e non a Natale. Amare i poveri, questo si che è amore. Ai bambini delle varie pubblicità natalizie , pagati per fare demenziali figure, lo si potrebbe insegnare. Proprio Nancy Gibbs, che sul citato “ Time” ha spiegato il motivo dell’assegnazione del premio al Papa, cita una sua frase:” Senza rendercene conto, ci ritroviamo incapaci di provare compassione per i lamenti dei poveri; di soffrire per le altrui sofferenze; di sentire il bisogno di aiutarli. Per quanto tutto questo possa essere responsabilità d’altri, la cultura della prosperità ci ha resi sordi a tutto.     

La solidarietà – quella di chi riesce ancora a guardare il futuro e non si arrocca nel culto del presente – è ciò che muove ancora tante persone che non fanno notizia nel mondo globale, assatanato di sciocchezze addirittura offensive ( come quella che ci annuncia che Brad Pitt ha ricevuto dalla moglie in regalo, per il suo 50° compleanno, un’isola vicino New York, pagata 12 milioni di dollari). L’unica reazione a simili scemenze la vedo in chi si affatica ogni giorno con 12 milioni di sforzi, come alcuni adulti della mia parrocchia, che hanno creato “ la banca del tempo”, altri che versano volontariamente e fiduciosamente soldi su un fondo di solidarietà con cui aiutiamo tanta gente che non ce la fa più, altri che cucinano pasti e li vanno a portare ai senza fissa dimora , cui si aggiungono i meravigliosi ragazzi che per due giorni davanti ai supermarket della Balduina hanno fatto la spesa per i poveri. Stile banco alimentare. E tutto con le semplici forse di una comunità cristiana, che vive in un quartiere prevalentemente di anziani.

E’ questa speranza – che la gente riacquista quando vede che non tutti sono omologati e adoratori del dio benessere – che rimette in piedi ogni volta un mondo che scivola. E’ la speranza del Natale e di sempre. Speranza per tutti, per chi crede in Dio o per chi crede che il mondo non può essere rovinato dal male e dalla stupidità.  

Certo che a Natale si può fare di più! Senza soffiare sullo zucchero del pandoro ma soffiando via il proprio egoismo, che già ha iniziato a ricadere pesantemente su di noi, proprio perché abbiamo dimenticato che i beni della terra sono destinati a tutti.

 

      

venerdì 29 novembre 2013

Flavia e il Belgio


Flavia era una ragazza di 13 anni,morta martedì 26 nella sua casa alla Balduina, dopo una lunga pena, fatta di una malattia iniziata a 7 anni. Era un tumore diffuso, che in una bambina si riproduce velocemente, come di fatto è avvenuto, portandola nel giro di 6 anni alla morte.

Ha fatto chemioterapie, radioterapie e anche un autotrapianto, con tutte le limitazioni che queste terapie comportano, come perdita periodica di capelli, fiacca nelle attività fisiche, diminuzione nella capacità di fiato e respiro, cose  essenziali per lei che suonava il flauto. In un tema, letto il giorno del funerale, ha che aveva imparato a mettersi, alla sua età, lo smalto alle unghie perché la terapia gliele rovinava. E addirittura nella scorsa estate si era ingegnata al punto da offrirsi per “ truccare”le unghie di signore e ragazze per pochi euro, con i quali offriva il gelato alle amiche.

Flavia è arrivata con una bara bianca nella mia parrocchia e dietro di lei i suoi genitori, addolorati e composti, la sua sorellina di 10 anni e una marea umana di ragazzi e genitori per i quali sarebbe servita la Basilica di s. Pietro. Subito dopo, mentre parlavo ai ragazzi del catechismo, alcuni dei quali compagni di Flavia, ho visto lacrime e una mamma di un’amica di Flavia che mi ha pregato: “Don Paolo, per favore , aiuti mia figlia e i suoi compagni a capire”. Così, non certo per propaganda al prodotto cattolico, questa morte è divenuta occasione di vita, se vita è ( anche) dialogo, consolazione, investigazione del mistero, dolore, lacrime che – mentre vengono asciugate – si trasformano in abbracci che poi restano nelle memorie fragili di ragazzi sempre più abituati a ignorarsi e a farsi del male, oltre che a essere spettatori del male.

Nello stesso giorno è giunta la notizia che Il Belgio ha compiuto un ulteriore passo nell'autorizzare l'eutanasia anche dei bambini malati, a prescindere dalla loro età. Una commissione del Parlamento di Bruxelles ha infatti approvato il testo della legge, che ora passa all'esame dell'aula, e potrebbe fare del Belgio il primo paese al mondo ad abolire la previsione di un limite di età per la cosiddetta "dolce morte". Il testo approvato autorizza - con il consenso obbligatorio dei genitori e l'assistenza di uno psicologo chiamato a certificare la consapevolezza e la capacità di giudizio del bambino - l'eutanasia, senza citare alcun limite di età. Nella vicina Olanda ( bontà loro..) l’eutanasia adolescenziale è ammessa a partire dai 12 anni e in 11 anni si sono registrati 5 casi.

4 senatori socialisti e liberali – a sostegno di questa legge – hanno dichiarato che il discernimento del bambino ( ragazzo? bambino? adolescente?) dovrà essere garantito da psichiatri dell’età evolutiva e sociologi. Dei genitori che lo hanno messo al mondo e cresciuto, soffrendo con lui/lei, si parla solo per dire che dovranno ( ovviamente) approvare l’eventuale “ decisione” del bambino, ma in tavola rotonda con gli “ esperti” dell’evoluzione infantile. C’è solo da immaginarsi ( la fantasia non guasta) se su questa tavola ci saranno fiori, dolcetti o soltanto enormi volumi scritti da illustri accademici che sostengano l’impossibilità del bambino di soffrire. Mi piacerebbe esserci per vedere se tra questi geniali libri spunterà anche “ La morte e il morire”, Assisi, Cittadella, 1976, della psichiatra svizzera Elisabeth Kubler Ross, che analizza le cinque fasi della sofferenza fisica e psichica di un malato, ovvero le cinque domande di senso, di aiuto, di incoraggiamento, per concludere che l’eutanasia è solo il peggior modo di risolvere il problema ( a meno che il problema non sia di quelli che stanno intorno o – peggio – non sia quello di liberare un posto letto e costose terapie di rianimazione).

Sembra  così lontano il 2010, anno in cui persino il parlamento italiano ha approvato una legge,  la Legge n. 38 sulle "Disposizioni per garantire l'accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Cure palliative ( dal greco pallion, che significa sollievo) sono tutte quelle che non possono curare la malattia ma controllano i sintomi e cercano di non peggiorare, anzi di migliorare, la qualità della vita, non ( si intenda bene) aumentando la quantità di tempo da vivere, ma concretizzando una visione positiva della fine della vita, nella quale la morte deve essere il più possibile un evento naturale. Questo è sostenere chi sta male! Come diceva Giuseppe Moscati, un medico morto a Napoli nei primi del ‘900:” Pensate che i vostri infermi hanno un’anima”. Un’anima, ancora una volta! Quella di cui ci chiedevamo – nel post precedente- che fine avesse fatto.

Noi – grazie al cielo – il nostro pallion l’abbiamo vissuto qui, nella chiesa di cui sono parroco, mercoledì, al funerale di Flavia. E’ stato il sollievo dei flauti suonati per lei, delle lacrime dei suoi compagni, che coniugavano dolore e speranza, del tema fatto da Flavia, che una compagna di classe ha letto alla fine della Messa. Il sollievo dei cartelloni fatti dalle amiche, dove la ringraziavano per il suo sorriso sempre così dolce, per la calma e la serenità che addirittura infondeva quando arrivava a scuola ogni mattina. Il sollievo di sapere che – in un mondo in Dio è imputato di tutte le malattie, i tormenti, gli tsunami dell’universo – Flavia ha chiesto domenica scorsa di fare la Comunione a casa, perché non ce la faceva a recarsi a Messa.

Il sollievo di una mamma di un figlio disabile che ha detto alla mamma di Flavia che suo figlio, un po’ arrabbiato con il cielo, ha chiesto di ricevere la Comunione quel giorno, dopo un digiuno che durava dalla prima Comunione.

Flavia e il Belgio. E’ successo tutto lo stesso giorno. E adesso che diciamo? Che c’è chi ce la fa e chi non ce la fa? Certo, è vero. Ma il mondo che risposte dà? Dobbiamo essere in un regime confessionale per dire che anche la politica e la cultura hanno il dovere di offrire risposte di vita? Sono forse queste risposte appannaggio soltanto della o delle religioni?

Ha ammesso la deputata liberale Christine Defraigne, una dei sostenitori della  legge belga:” Occorre affrontare  questioni che possono avere a che fare con la depressione degli adolescenti». Una parziale e, purtroppo insufficiente ammissione, del gravissimo problema di fondo.  Penso a Flavia che, invece che deprimere, ha edificato. Penso ai ragazzi belgi: come gli spiegheranno che  grazie alle prodezze ideologiche di alcuni grandi precursori – nel loro Paese si può firmare a qualunque età una auto dichiarazione di morte? Gli diranno che sono liberi di farlo o di non farlo? E chi educherà - con simile cultura – la loro libertà? Pensiamoci.

 

 

 

 

 

lunedì 18 novembre 2013

Dov'é finita l'anima?

Parlare della morte dell’anima non è poi così complicato. Ognuno di noi ha un’immagine chiara dell’anima. E’ sicuramente qualcosa che vive con il corpo, anche se poi – quanto alla sopravvivenza dell’anima o alla sua reincarnazione o al suo penetrare in un deserto oscuro chiamato sheòl – filosofie e dottrine sull’anima non dicono la stessa cosa.
Ma la morte dell’anima è una pre – morte quando l’anima è nascosta, imbavagliata, ferita, soffocata mentre il corpo vive. O ( forse) il corpo sopravvive. Lo psicologo Ezio Aceti ha incontrato al liceo scientifico Redi di Arezzo professori e studenti. Un ragazzo gli ha chiesto: Ma perché, dottore, queste cose non ce le dite più? Perché voi adulti ci avete abbandonato?». Sorprendente, no? Eppure Aceti aveva solo parlato di sessualità, però in modo nuovo. Aveva “ osato “ dire che nella gran parte dei casi si punta sulla tecnica, su cosa si può fare con il proprio corpo, come evitare gravidanze indesiderate. Dati tecnici sulla riproduzioni e gli organi sessuali. Cos’è invece la sessualità? Più che un linguaggio del corpo, è il linguaggio di tutta la persona. L’espressione autentica di quel che si è dentro. Ed è impossibile separarla da quel che si è fuori».
Mi sono rallegrato e( lo confesso) un po’ inorgoglito. Anch’io ai miei ragazzi di terza liceo ( l’anno della maturità) parlo nello stesso modo e inizio il programma di bioetica proprio con una comunicazione sulla corporeità, sulla sessualità, sulle sue ricchezze, le sue potenzialità comunicative, i suoi rischi. Se non c’è un’anima. Alla giornalista Nicoletta Martinelli, Aceti ha sintetizzato con una frase direi eccellente il pensiero sano sulla sessualità:” L’umano. Gli adulti devono tornare a insegnare ai figli che l’essere umano è relazione, e che la relazione è legame. Che il vero genera gioia e il falso tristezza. E che è sempre possibile ricominciare”.
Le mamme delle baby squillo dei Parioli a Roma non ce l’hanno fatta. Abbiamo visto ragazze che si fanno oggetto per possedere sempre più oggetti. E’ per caso falso dire che tutto questo è l’estrema conseguenza dell’urlo in piazza: “ Io sono mia”? Gli adulti come me non l’hanno dimenticato. Servì – non in mano a donne che gridavano legittime istanze sociali ma in mano a politici che sfruttavano il facile consenso – a giustificare ogni rivendicazione “ femminista”, non ultima quella che portò all’approvazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Legge per nulla malvagia, peraltro, se solo le pubbliche strutture ( e la mentalità di chi vi opera) avessero cercato di mettere in pratica il dettato del primo articolo: Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”.
Oggi quell’” io sono mia” – consapevolmente o meno che sia – ha portato alla donna-oggetto, alla ragazza – oggetto. All’uso di un corpo scisso dall’anima. All’assoluto del corpo. Assoluto deriva da ab – solutus, qualcosa di “ sciolto da”. Da vincoli, da regole, da dogmi ( e fin qui si può capire) ma anche da modelli, da valori, da finalità, da un progetto, insomma. Dov’è finita l’anima? Altra domanda: dov’è finito il padre? Il padre é il primo uomo della propria figlia. E’ il primo uomo che la preferisce. Il primo che la contempla, la abbraccia. Ma la contempla non come oggetto bensì come valore. E’ il suo compagno benefico. Insieme alla madre è il suo traghettatore dal narcisismo al dono di sé, del proprio corpo, appunto, che mai è senza l’anima. E’ troppo tutto questo? Appartengo ancora alla schiera di quelli che si spezzano per dire queste cose ai ragazzi e ai loro genitori.
Dov’è finita l’anima? Forse non è scomparsa, è stata processata dalle ideologie e attualmente si trova nelle loro prigioni. Come l’ideologia che ha portato il Tribunale dei minori ( questo va sottolineato) ad affidare ad una coppia omosessuale una bambina di tre anni. Provvedimento innocente, dettato da necessità impellenti, dall’urgenza di dare a una bimba due genitori prima possibile, perché soffrisse meno la solitudine? Tanti ne dubitano, e ci mancherebbe. La diversità sessuale fa problema? Superiamola con l’ideologia. L’anima invece è psuchè, vi sono legate le stupende immagini della prudenza, della saggezza, della temperanza, della lungimiranza ( che non è la conservazione). L’ideologia è un’altra cosa, anche quando la realtà parla con estrema chiarezza.
Anche la preside del liceo Mamiani di Roma è probabilmente finita in una centrifuga di idee poco chiare. O, forse, fin troppo chiare. Afferma candidamente :” L'ho fatto con naturalezza, mi sembrava una cosa assolutamente normale". Genitore è chi si occupa del ragazzo, dice lei, questa è una società con famiglie allargate, dice ancora. Dunque d’ora in poi “ Genitore 1” e “ Genitore 2” sostituiranno padre e madre. E perché non genitore 3 e genitore 4, visto che si può avere un figlio ricorrendo allo sperma e all’ovulo di alcuni “ donatori”? E perché non genitore 5, visto che l’utero in affitto - ovvero l’incubatrice umana che costa per contratto intorno agli 8000.00 euro – è già una realtà? L’anima saluta da lontano, da molto lontano. Chiedo spesso ai miei alunni: ma bisogna proprio essere religiosi  cattolici per pensarla così? La risposta me la dà Gilbert Keith Chesterton: La cinta esterna del Cristianesimo è un rigido presidio di abnegazioni etiche e di preti professionali; ma dentro questo presidio inumano troverete la vecchia vita umana che danza come i fanciulli e beve vino come gli uomini. (…) Nella filosofia moderna avviene il contrario: la cinta esterna è innegabilmente artistica ed emancipata: la sua disperazione sta dentro».

martedì 29 ottobre 2013

Chi ha paura dei gay?


La parola “ omofobia” significa ben poco in italiano. Omofobia o trans- fobia sono  neologismi, nuove parole di incerto contenuto e portata. E siamo nel Paese dell’Accademia della Crusca che ha un interessantissimo sito, www.accademiadellacrusca.it, ricercando nel quale la suddetta parola nemmeno si trova.

Che cos’è l’omofobia? È una fobia, di sicuro. Dunque è più di un paura. Si può avere paura del buio, della mamma, del preside, dell’esame, di Dio ( in questo caso ci sarebbe da sculacciare il prete o il catechista  o ch l’ha messa ). Ma il fobico, in genere, è un malato. Nei film gialli americani qualche volta è un serial killer e lo chiamerebbero  S.I., ovvero soggetto ignoto ( evviva Criminal Minds!).

Il fobico è malato e può diventare violento. Può avere alla base una sua filosofia di vita ( chiamiamola benevolmente così) ma è in sostanza un soggetto da curare. Un fobico che diventa violento ( anche solo verbalmente) quando vede un gay è un soggetto da curare. Se gli chiedi perché fa così o dice così non te lo sa nemmeno spiegare. Esistono questi fobici? Certo che esistono! Esiste anche il “ fobico intellettuale”, ovvero quello che ha tutta una serie di argomentazioni a sostegno del fatto che i gay non hanno tutti diritti dei cittadini e devono essere controllati o allontanati ( abbiamo avuto in un recente passato un vero “genio” della politica il quale, prima del suo grande “risveglio” esistenziale, disse che i maestri gay devono essere allontanati dalle scuole. Poi – quando sperava di far fortuna- non lo disse più).

Oggi tale “ omofobia” sembra diventata tanto importante, tanto invasiva dell’etica comune e della cultura media, da” costringere” il parlamento italiano a fare una legge ad hoc. All’inizio questa legge – ancora non definitiva - prevedeva  l’estensione anche all’omofobia e alla transfobia dell’articolo 3 della legge Mancino, la legge del 1993 che prevede un’aggravante della pena – fino alla metà – per i reati del codice penale commessi sulla base di «discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi». Poi si è arrivati a un compromesso, per evitare altre litigate:  le aggravanti rimangono, ma è stato aggiunto un emendamento secondo cui queste non si applicano a “le organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto”. Vedremo che succederà in Senato. In pratica, chi sarà contrario al matrimonio dei gay o all’adozione di un bambino da parte di una coppia di persone dello stesso sesso potrà ancora dirlo al bar o dal barbiere, senza essere multato, ma ciò non dovrà concretizzarsi come odio o violenza etnica, razziale e via discorrendo.

E’ una cosa seria tutto questo? Il sito www.bastabugie.it ci informa che é uscito in Francia un libro davvero impressionante, «La répression pour tous?», «La repressione per tutti?», dell'imprenditore e attivista politico François Billot de Lochner (Lethielleux, Parigi 2013). Da tale libro conosciamo un’impressionante serie di violenze della polizia francese  verso chiunque dica qualcosa contro l’omosessualità o porti la maglietta con il logo della manifestazione “ Pour tous”, che avvenne a parigi il 24 marzo di quest’anno contro la legge Taubira, nota come la legge contro l’omofobia.

A scaldare la faccenda si aggiungono fatti di cronaca italiana. Un liceo incendiato a Roma, il liceo Socrate, che si era “ distinto contro l’omofobia”( così titolavano i giornali) , salvo quando 4 deficienti hanno confessato che non erano per niente omofobici  ma solo arrabbiati per essere stati bocciati. Poi due ragazzi suicidi nel  giro di pochi mesi, entrambi i quali dicevano di essere  gay. Ma, soprattutto nel caso del primo, non si è trovato nessuno tra i compagni che lo prendesse in giro.   L’altro invece è morto lontano da casa sua ( questo dice tanto) dopo aver depositato un clamoroso biglietto:” L'Italia è un Paese libero ma esiste l'omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza".

Rispetto totale per chi è morto, per chi non ce l’ha fatta. Ma quanti di noi – dopo avere scavato nella loro coscienza, a dispetto di qualunque condizionamento – sono convinti che l’omofobia possa essere causa di un suicidio? Consideriamo inoltre che, in entrambi i casi citati, la loro morte ha rivelato un’incomprensione con le figure genitoriali, quella paterna in particolare, nonché una dichiarazione dei genitori dell’ultimo, che dichiarano la loro inconsapevolezza del tormento del figlio omosessuale. E allora c’è da chiedersi:  ma in che mondo siamo? In che famiglie crescono i ragazzi? Sarà una legge repressiva che cambierà la drammatica emergenza educativa, l’allucinante carenza affettiva di tanti ragazzi o adulti? Sarà imponendo un “lessico di corte” sull’omosessualità  che quei ragazzi resusciteranno e rimarranno vivi nella memoria di chi li ha davvero amati  e quindi mai nemmeno un attimo li ha “ rimproverati” di essere omosessuali?

Chi scrive – gli amici lo sanno – ha subito una pesante accusa in tal senso, per giunta da un consacrato nella Chiesa, che mi ha scatenato addosso un’incredibile serie di menzogne. Ho fatto un processo e l’ho vinto e presto avrò una sentenza definitiva. Qualcuno dirà: ma è ben diverso! Certo, è diverso. Ma – vi assicuro -  non meno grave,  se solo si prova a immaginare  cosa significhi essere chiamati dal proprio vescovo che ti chiede “ Ma è vera questa storia ?”, oppure alzarsi una mattina, aprire Internet e vedersi diffamato su un sito ripreso poi dai blog anticlericali. Una cosa ho imparato: bisogna difendersi dal male. Reagire. Non cedere o alla menzogna ( se tale è) o al dileggio, al tentativo di emarginazione. Questa è la vera battaglia contro le omofobie: aiutare chi ne è vittima, o chi si sente tale, accogliere, incoraggiare, promuovere la giustizia che è sempre anche la verità.

La Chiesa è omofobica? Ci sono senz’altro cattolici fobici ( cioè malati) verso i gay, come lo sono verso i nomadi, verso i neri, verso gli immigrati. Ci sono anche quelli che brandiscono la Bibbia come una clava per “ essere contro” più che per amare. Ma non è omofobico chi ricorda la verità della Bibbia, ovvero che l’omosessualità non è la modalità corretta di relazionarsi stabilmente con una persona. Non è malato chi accoglie il gay per un cammino di fede ricordandogli – come va fatto verso un marito troppo “aperto” verso la segretaria – che il controllo delle proprie passioni , che fa parte della legge di Dio ( ancor più se oggetto di una promessa di fedeltà) è il modo migliore per vivere serenamente la propria condizione. E che “ Dio “è più grande del nostro cuore” ( I Gv 3.20) e del cuore malato di quelli che giudicano.

domenica 20 ottobre 2013

In morte di Elio Matassi


Per tante persone è un uomo qualunque, un nome qualunque. Per me è stato un insegnante e un maestro.

Un laico, non solo di status ( sposato e padre) ma anche di pensiero. Era – fino a giovedì scorso, giorno della sua improvvisa morte - direttore del Dipartimento di Filosofia dell'Università di Roma Tre e professore ordinario di Filosofia morale. Stava nel comitato direttivo della Società filosofica italiana, di quella di Filosofia morale. Si occupava soprattutto di filosofia tedesca e francese dell'Ottocento e del Novecento.

Era un uomo in gambissima. Perché ne parlo? Perché quando tentai – con successo – nello scorso anno la scalata all’abilitazione per insegnare storia e filosofia nei licei, lo incontrai a  Roma 3. Fu il primo che incontrai, poiché era lui a dirigere il Tirocinio Formativo Attivo che io frequentai con successo, abilitandomi proprio con l’ultima delle tante prove, quella orale, che svolsi davanti a una temibile commissione da lui presieduta. Fu il primo che incontrai in un ambiente nel quale, a 56 anni, entravo con un certo timore, perché sapevo essere un ambiente di sinistra, laico se non laicista, non certo tenero verso i rappresentanti della Chiesa. Ma forse – posso dirlo con sufficiente approssimazione alla verità – fui anche io il primo prete che Matassi incontrò dopo tanto tempo. Ricordo che mi fissò, o – meglio – fissando tutti i 70 circa pretendenti all’abilitazione, quando vide me, voltandosi verso il mio banco, rimase un attimo fermo. Mi fece un cenno di assenso, come per dirmi: “ Però! Benvenuto anche lei!”. Da allora non smise di guardarmi, di interpellarmi, di parlare con me anche negli intervalli, di lanciarmi composte ma reali manifestazioni di stima. Era un uomo libero. Era sicuramente di area PD eppure manifestò – in forma di battuta – alcune opinioni su Bersani e la ( allora) leadership del PD, che fecero benevolmente arrabbiare un’alunna di quella medesima area politica, alla quale poi chiese subito scusa. Ma non mancò di dire:” Quando penso una cosa, non riesco a non dirla”. Era un uomo di straordinaria cultura. Ci fece una lezione su Goethe e sulla “ Sorge” ( la cura) in una delle principali opere di Goethe, che ancora ricordo. Quando parlava, affascinava. E diceva di se: “ Si vede che sono un po’ pieno di me e moderatamente narcisista?”. Si vede, si vede, caro prof. Matassi, glielo dicevamo e lui ci rideva su. Sembra incredibile, abbiamo bisogno di gente che sappia prendersi in giro per credere che questo mondo non è totalmente invaso e inghiottito dal malessere dell’anima.

Era un laico di pensiero. Andai subito sul suo blog, tenuto sul sito de “ Il Fatto quotidiano” e leggevo volentieri i suoi post. Ne fece uno su papa Francesco, appena eletto, mettendo questa provvidenziale elezione in rapporto con la crisi del capitalismo mondiale, ancor più con la sua pretesa di dominare il mondo e di diventarne l’anima. A proposito di questo, durante il conclave che si celebrava in quei giorni, mi avvicinai a lui e condividemmo un paio di nomi che mai e poi mai entrambi avremmo voluto vedere affacciarsi al balcone di san Pietro. Ce li dicemmo argutamente con uno sguardo di intesa che non dimentico. Non li dirò mai, ma sapere che la pensava come me mi fece tanto sorridere. Era interista ( il suo peggior difetto) e ogni tanto intervallava le sue lezioni con citazioni di Moratti e di Stramaccioni, che erano terribili. Noi tutti ridevamo ma mi faceva venire in mente quando anche io – durante un’omelia – non resisto alla tentazione di citare l amia squadra o fatti e vicende della vita personale, che mi fanno storcere il naso. Matassi era un laico buono. La bontà, ovunque sia, è sempre dono di Dio e fa vedere la sua presenza. Cercò di facilitarci in tutto il percorso complesso e a volte incomprensibile che dovevamo compiere , laddove  altri ci mettevano ansie continue, rimanendo seduti sulle loro poltrone e costringendoci a fare sacrifici a volte pesantissimi,  come era quello di correre dopo cinque ore di scuola, senza pranzare, a Roma 3 per mettere la firma e poi ascoltare lezioni pesantissime ( mai le sue) . Matassi scendeva sempre dalla cattedra, come faccio anch’io a scuola,  veniva in mezzo a noi, ci guardava negli occhi e – anche se un poco narcisista, come ammetteva – si vedeva che ci voleva aiutare.

Io prete a Roma 3, in un ambiente per nulla favorevole, da lui ho ottenuto stima e benevolenza. Chissà, non me l’ha mai detto, ma l’immagine di Dio forse era presente in lui e io posso avere in minima parte contribuito a renderla più chiara, ad aumentare un desiderio di ricerca. Matassi era un grande intellettuale ma parlava con tutti e spezzava la cultura con tutti. Anche con me , prete di parrocchia, che rubavo ore alla pastorale per studiare materie “ profane” che mi piacerebbe insegnare, ora che ne ho anche i titoli.

Un altro “lontano” più vicino di tanti vicini, un altro uomo che ha visto un ministro di Dio e non e ha approfittato per dileggiare o manifestare la sua superiorità. Un altro lontano che Dio mi ha fatto la grazia di avvicinare. Riposi in pace, professore, quasi certamente ( ora si) trasportato verso quel punto di gravità permanente che si chiama Dio.

martedì 8 ottobre 2013

DUE ESEMPI?


Dovrebbero essere tali, cioè dei veri esempi. Secondo il vocabolario della lingua italiana, un esempio è “ un’azione o modo di operare che, se buono o virtuoso, dia altrui occasione o incitamento a imitarlo o emularlo”. Grazie al cielo, c’è quel “ se buono o virtuoso”. Diversamente, recita sempre il vocabolario, “ se riprovevole , possa spingere altri ad atti cattivi o non degni”. Così il suicidio del regista Carlo Lizzani ci è stato presentato ci è stato presentato dal figlio come una grande scelta. Ai giornali e al TG ha detto, più o meno: “ Il suicidio è l’unica eutanasia possibile”. E ancora: “In un Paese civile ognuno dovrebbe poter scegliere come morire». Lo stesso regista Lizzani avrebbe lasciato scritto: “ Ho staccato la chiave”. E al funerale dell’atro collega sucida, Mario Monicelli, avvenuto nel 2010, Lizzani avrebbe detto:” Nasce anche dal fatto che ( Monicelli, ndr) era un super laico, uno che voleva gestire la sua vita fino in fondo, un gesto da lucidità giovane».  E così veniamo a sapere – sebbene ci sia ricordato con rapidità postuma – che la “ super laicità” sarebbe gestire la vita sino in fondo fino al punto di uccidersi. E che uccidersi sarebbe cosa da lucidi e da giovani. Due esempi? Qui occorre ricominciare a discutere cosa sia un esempio, diciamolo con un termine del linguaggio giuridico: una testimonianza. E discutere – ancora e senza tregua – cosa sia di esempio oggi ( qui e adesso) in questa società malata. Malata sicuramente di guai endemici e drammaticamente tipici dell’occidente: la mancanza di lavoro per i giovani, l’instabilità della ricchezza, l’insicurezza del futuro, la violenza sui poveri e sulle donne. Ma malata anche – e a dirlo non si è per forza cattolici – di disperazione, di maledetta solitudine specie degli anziani, di disastro di larga parte delle famiglie, di emergenza educativa dei ragazzi, di mancanza dei punti di riferimento. Certo, un regista è bravo se fa un bel film, se diverte o fa sognare o sperare o riflettere, se lancia qualche nuovo protagonista sul mercato umano ( e legittimo) del teatro o del cinema. Ma forse in mezzo alla gente – a raccoglierne i sudori, gli umori, i drammi e le lacrime – più di un regista ci sta un insegnante, un ispettore di polizia, uno psicologo di quelli non da ricchi sfondati, magari un parroco. E che suicidarsi a 91 anni sia un esempio di alta laicità, ovvero – e per definizione- una testimonianza di libertà, di scioltezza dalle regole, di amore per la propria coscienza, di dissoluzione della propria coscienza dai dogmi, insomma questo è proprio tutto da dimostrare e bisognerebbe lasciarlo dire anche a chi la gente la raccoglie ogni giorno dalla sua disperazione. Non ci sarà forse bisogno di speranza? Di gesti che facciano rifiorire la voglia di vivere? Non ci sarà bisogno di coraggio, di bellezza e fantasia? E la morte, come la mettiamo? La mettiamo come la vecchiaia, ovvero come qualcosa che ripugna, che fa paura, che imbarazza? C’è bisogno di essere bigotti per affermare che, se i ragazzi non vanno più a trovare i nonni, è perché sono mentalmente infognati in quel vitalismo da strapazzo per il quale la vita di una persona, quando esprime debolezza e fragilità, debba essere accorciata o azzerata, in nome magari di quella laica, lucida e vigorosamente giovanile libertà che il suicidio – più o meno assistito – sbandiera ovunque? L’insofferenza che simili atti di suicidio inaugurano non è verso al morte ma è verso la vita. E’ vivere che è duro, sempre più difficile. E sperare che è faticoso, anche per chi sta dentro una visione di fede. Ed è di luminosi atti di vita, di fiducia, di solidarietà verso chi soffre che la gente - specie i giovani – hanno bisogno.” Non si pretenderebbe” – ha scritto Alessandro Zaccuri – “  il diritto alla morte, se ci si ricordasse più spesso di essere mortali. Non ci si vergognerebbe della propria vecchiaia, se si imparasse a riconoscere qualcosa di sé (qualcosa di umano, e cioè di comune e condiviso) nei vecchi che via via abbiamo incontrato”. Lasciamo perdere, per favore, la “ santa” ideologia che scegliere di morire quando uno vuole sia una grande scelta di libertà. Dimenticando che, se uno proprio non vuol saperne di appartenere a Dio, almeno creda di appartenere a chi ha dato il suo amore: la moglie, il marito, i figlie i nipoti. E, se non ne ha , i discepoli, la gente che ti ha voluto e ti vuole bene. Se di amore e di vicinanza il mondo ha bisogno, almeno per decenza si smetta di dire che anticiparsi la morte a pochi passi da quella naturale sia qualcosa che edifica il mondo, lo rende felice e lo riconcilia con se stesso.

venerdì 27 settembre 2013

Caro Odifreddi


Ha detto – sul suo blog – che si è stupito anche lui. Si è addirittura emozionato. Vivaddio, il nostro Odifreddi sostiene adesso che “ il dialogo tra fede e ragione” sia possibile e che “ ha permesso a entrambi ( Papa Benedetto e lui, ndr.) di confrontarci francamente”. Non sembrava pensarla così, prima che il postino il 3 settembre gli recapitasse al lettera di Ratzinger, visto che per lui “ cristiano e cretino” sono la stessa cosa poiché hanno la stessa etimologia ( scritto in Perché non possiamo essere cristiani (e men che meno cattolici), Longanesi, Milano, 2007). E’ proprio vero, l’emozione gioca brutti scherzi. Vedersi arrivare a casa una lettera personale del Papa emerito potrebbe valere una conversione! Ma forse sto esagerando né, francamente, mi interessa più di tanto. Odifreddi ha detto che 11 pagine ( di tale misura era il plico di Benedetto) sono troppe da pubblicare ma con apprezzabile onestà di tali pagine riporta ( sembra) alcune cose essenziali. La prima è che il Papa gli ricorda che la teologia non è fantascienza, ovvero ( letteralmente) una serie di visioni che si rivelano essere solo immaginazioni che allontanano dalla realtà reale. Scrivere – come ha scritto il nostro -  che il lavoro di centinaia di professionisti ( i teologi, appunto) che si sforzano di trovare le motivazioni della ragionevolezza della fede sia solo fantascienza, cioè immaginazione e dunque falsificazione, è tipico di Odifreddi. Ma il Papa teologo gliel’ha detto chiaro, ricordandogli che esiste fantascienza persino nell’orgogliosa scienza, citando la faccenda del “ gene egoista” ( autentica fantascienza) di Richard Dawkins, altra colonna dorica dell’ateismo nel mondo.

Altra perla nonché lancia spuntata degli attacchi di Odifreddi al cristianesimo, citata in Caro papa, ti scrivo (Mondadori, 2011), è la pedofilia dei preti. Odifreddi si agita come i bambini che, colti in flagrante dai genitori, ripiegano sempre sul “ però anche lui ( il fratellino, s’intende) dava fastidio!”. Quando non si sa che dire si tira fuori la faccenda pedofilia. E qui Benedetto – che pure  ha avuto il grande coraggio di alzare il velo della drammatica situazione in alcune parti della Chiesa – gli ricorda ( finalmente!) che  secondo le ricerche dei sociologi, la percentuale dei sacerdoti rei di questi crimini non è più alta di quella presente in altre categorie professionali assimilabili. Ricordo quando a scuola, tre anni fa, in una classe, mi permisi di ricordare che – se c’è scandalo per un prete cui hai affidato un bambino e ne abusa – altrettanto c’è quando ad abusare è un nonno, uno zio, il nuovo convivente della madre, il professore a scuola e via discorrendo. Quando postai una serie di simili considerazioni su Facebook, i più scandalizzati furono quei cattolici “ adulti” cui sembrava avessi voluto diminuire le responsabilità del clero ( e non era così). Quicquid recipitur ad modum recipientis. Ognuno capisce quel che vuole capire. Ma il passaggio più gustoso è quando Benedetto scrive che ciò che Odifreddi dice di Gesù “ non è degno del suo rango scientifico”. Mentre infatti Scalfari ha avuto – interpellando papa Francesco – la bontà e la saggezza di parlare di Gesù di Nazareth con una buona competenza, con un’adeguata formazione e informazione, ponendo addirittura a Francesco la domanda sul perché dell’Incarnazione, si sa che al contrario Odifreddi affronta la questione del Gesù storico come se tutto fosse una favoletta, simile all’asino che vola, tentando di palesare una “ competenza” sulle ricerche storiche bibliche che gli manca totalmente. E Benedetto – sembra di aver davanti agli occhi il suo ironico sorriso – gli dice : “Posso soltanto invitarLa in modo deciso a rendersi un po’ più competente da un punto di vista storico”, indicandogli addirittura una serie di testi da leggere, tra un’equazione e una radice quadrata ( competenze odifreddiane, attaccato alle quali sarebbe il caso che rimanesse).

L’ultima questione riguarda la naturalezza con la quale Odifreddi sostituirebbe Dio con il concetto di “ natura”, un classico punto fermo utilizzato in abbondanza anche da certi insegnanti di filosofia, ai quali occorre richiamare la necessità di una lettura attenta e critica ( non religiosa, ma onesta) della Bibbia, in particolare dell’Antico Testamento o della lettera di Paolo ai Romani, nel quale – molto prima dei nostri tempi – la novità del “ Dio vivente” rispetto al concetto divino - pagano di natura è molto chiara.

Il “ Deus sive natura” di Spinoza potrebbe essere una fulminante ispirazione di Odifreddi, con la sua idea totalmente immanente di Dio, ovvero la visione di un Dio che coincide con le forme umane e naturali. Benedetto gli dice che si tratta di una “ divinità irrazionale che non spiega nulla”, soprattutto le pressanti e emozionanti questioni della libertà, dell’amore e del male. “ La sua religione matematica”, dice Benedetto all’illustre professore, “ non conosce alcuna informazione sul male”.  E così – a meno che Odifreddi non ci riveli il resto delle undici pagine della lettera ricevuta – si conclude il dialogo a distanza tra i due, che potrebbe essere preso a testimonianza di un fecondo futuro confronto tra vicini e lontani. Saldo e lucido papa Benedetto, un po’ spiazzato il nostro matematico ateo, ma forse – è quel che conta – un po’ più sulle spine, d’ora in poi, quando vorrà fare “ teologia” come un Tir che sull’autostrada invade la corsia opposta.

 

 

sabato 21 settembre 2013

Miserando atque eligendo


Sono le parole con cui Beda il Venerabile, il monaco benedettino vissuto a Jarrow nel Medioevo, nella Gran Bretagna di allora, commenta lo sguardo di Gesù posto su Matteo, prima di chiamarlo dal banco delle imposte. Il Vangelo dice: “ Poi Gesù, partito di là, passando, vide un uomo chiamato Matteo, che sedeva al banco delle imposte, e gli disse: «Seguimi». Ed egli, alzatosi, lo seguì” ( Mt 9,9). E Beda commenta: “Vidit ergo Iesus publicanum, et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi: Sequere me”. Guardandolo con misericordia e scegliendolo. Prima lo guardò, poi pensò a chiamarlo. Non lo chiamò perché gli serviva, lo chiamò perché lo amava. MISERANDO ATQUE ELIGENDO è il motto di papa Francesco, che egli stesso ha ricordato più volte e, in particolare, nell’intervista a Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà Cattolica, intervista che – non ancora pubblicata – è leggibile sul web. Intervista che ha già provocato commenti di ogni tipo. Sandro Magister parla di un Papa “ con sguardo di bambino”, in riferimento all’atteggiamento contemplativo di Francesco che spiega così, quasi commuovendosi, il quadro di Caravaggio nel quale é ritratto lo sguardo tenero del Signore su Matteo. Luigi Accattoli - in relazione all’intervista – parla di novità di papa Francesco: “ Prima il Vangelo, poi la dottrina”. Piergiorgio Odifreddi, nel suo blog-manifesto della chiesa atea, attacca – non è una novità – papa Francesco ( che chiama “ il parroco di santa Marta”) riferendosi alla risposta data a Eugenio Scalfari, che – a suo dire – non vale niente. E conclude con un sorprendente “ Ridateci Ratzinger”. Forse rosica un pochino per la popolarità di Francesco.


L’intervista va letta con attenzione. Per chi ama papa Francesco è una bellissima conferma. “ Io sono un peccatore..e non è un modo di dire, un genere letterario”, così risponde quando Spadaro gli chiede chi è lui, come si definisce. “ Omnia videre, multa dissimulare, pauca corrigere”. Questa è la risposta a “ come si fa il papa”. E la spiega più sotto, dicendo che i cambiamenti e le riforme non avvengono in breve tempo, ci vuole discernimento. Francesco diffida delle decisioni prese in maniera improvvisa, in genere è la cosa sbagliata. Qui si sente sant’Ignazio, il fondatore dei Gesuiti: “ Dobbiamo fare molta attenzione al percorso dei pensieri”, scrive Ignazio nella quinta regola per una maggiore discernimento degli spiriti.
 

Ma le cose più belle il Papa le dice quando  definisce la Chiesa “ un ospedale da campo”. “ E’ inutile chiedere a un ferito grave se ha il colesterolo e gli zuccheri alti! Si devono curare le sue ferite, poi potremo parlare di tutto il resto”. E’ inutile – dice Francesco – quando hai una persona davanti tentare di inquadrarla, metterle un target o peggio cercare di ingrupparla in una struttura ecclesiastica o di altro tipo.

“ Le persone vanno accompagnate, le ferite vanno curate”. E i ministri di Dio devono essere misericordiosi, capaci di riscaldare il cuore delle persone, di camminare nella notte con loro. Qui c’è tutto Francesco, tutto quello che amiamo di lui.


C’è – come ha detto Luigi Accattoli – il Papa che mette prima il Vangelo delle regole. Prima la tenerezza, come ha fatto il padre della parabola di Lc 15, dei resoconti etici. E qui c’è anche quel che ha fatto arrabbiare – grazie a Dio – i soliti noti:” Non possiamo insistere solo sulle questioni legate a aborto, matrimonio omosessuale e metodi contraccettivi”. Francesco dice che il parere della Chiesa lo si conosce, non è necessario parlarne in continuazione.
 

“ Una pastorale missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine da imporre con insistenza”. E poi una bella pennellata sull’omelia dei preti: “ Una bella omelia deve cominciare con il primo annuncio, con l’annuncio della salvezza..l’omelia è la pietra di paragone per calibrare la vicinanza e al capacità di incontro di un pastore con il suo popolo”. Un mio amico prete, sulla sua posizione Facebook, ha scritto: “ Perché tioli ridondanti del tipo: il Papa  apre ai divorziati e alle donne che hanno abortito? Scusate, ma qual è stato il Papa ad aver chiuso?”. E’ vero, tutto vero. Ma uno che abbia detto le cose così chiaramente e con tale elementare semplicità io non l’ho udito, forse dormivo, ma me lo sono perso.

 

mercoledì 18 settembre 2013

Papa Francesco riforma o no la Chiesa?


Papa Francesco fa parlare di sé, senza dubbio. E’ un uomo che pone interrogativi, non solo alla gente ( che sembra amarlo) ma anche ai suoi stessi “ critici”, ovvero a quelli che lo osservano. Il cardinale americano Dolan, di New York, sostenne – ai primi di agosto – che Francesco tergiversava un po’ troppo sulla riforma della Curia. Solo un pochino più di pazienza e avrebbe visto che il cardinale Bertone – principale obiettivo dei dubbi riformatori di Dolan – sarebbe stato presto sostituito, a metà settembre, dal nuovo Segretario di Stato Pietro Parolin. Ma non sono finite le critiche dall’altra sponda dell’Atlantico. Pochi giorni fa il vescovo di Providence, Thomas Tobin, si è detto “ deluso” del fatto che il Papa non incoraggi i movimenti pro – life, i quali – come sappiamo - negli Usa sono molto battaglieri e sono la frontiera più evidente del cattolicesimo militante. Lo riferisce Sandro Magister, citando un articolo del vescovo americano sul suo blog “ Settimo cielo”.

Sullo stesso blog, addirittura in un’intervista di Giacomo Poretti, il Giacomo compagno di Aldo e Giovanni, Magister ravvisa una velata critica ai silenzi di Francesco sui temi della vita, dell’omosessualità, della nullificazione della differenza tra padre e madre.

Decisamente entusiasta di Francesco è invece Antonio Socci, che pure non risparmiava elogi a papa Ratzinger. In un post del 6 settembre sul suo blog, Socci ci rivela una riforma estiva di Francesco, attuata col favore del caldo e dell’afa, riguardo ai presunti compensi dei postulatori delle Cause dei santi, riforma dalla quale si deduce il fermo desiderio del Papa di indagare su un possibile “ malo costume” di accrescere la rapidità di una beatificazione o di una canonizzazione, a seconda delle laute prebende versate dai vari Ordini religiosi o da altri interessati alla conclusione della causa. Un costume di cui peraltro si sospettava da tempo anche a partire dalla base, poiché -si sa – le voci corrono e finché corrono e nessuno le ferma, vuol dire che son vere.

Lo stesso Socci, in un post successivo, parla di papa Francesco visto “ come una grande luce non solo dalla Chiesa ma dal mondo” e si riferisce all’iniziativa – lanciata dalla finestra dell’Angelus – di pregare e digiunare per la pace nel mondo, iniziativa, come si sa, condivisa e attuata persino da diverse correnti di musulmani.

Papa Francesco tergiversa o agisce? I lamentatori della lentezza del Papa non dovrebbero dimenticare che – ferme restando le sue inequivocabili buone intenzioni – papa Benedetto non sembrò fare meglio né di più né più in fretta. La sua personale rettitudine di cuore si sposò con una serie di generosi sbagli quanto ad alcune  nomine di augusti principi della Chiesa, che rimarranno – almeno alcuni – noti non solo per le loro incapacità ma – peggio – per la loro arroganza. E poi, di che riforma parliamo?

Francesco riforma le cose anzitutto attraverso i gesti,che sono senza equivoci in discontinuità con certe alterigie ecclesiastiche o certi stili mondani di vita, cui eravamo abituati, subendoli quasi senza speranza. Francesco riforma parlando, non solo adottando uno stile chiaro e semplice, ma anche scegliendo contenuti forti e quotidiani. Alle suore dice di non fare le “ zitelle”, ai preti di non fare “ i pettinatori” dell’unica pecora rimasta in chiesa, ai nunzi apostolici di non consigliare l’episcopato a gente che sbava per diventarci, agli impiegati del Vaticano di usare “ se non la bicicletta, almeno una vettura umile”, pensando a chi muore di fame. Tutto questo già offre – salvo che ad alcuni ipercritici e nostalgici – ampio motivo di interiore soddisfazione a chi la Chiesa sempre l’ha pensata povera, umile, vicina alla gente e lontana dalle logiche del potere.

Francesco legge e commenta ogni mattina alla Messa di santa Marta il Vangelo del giorno. Oggi non gli sarà sfuggito quel che dice Gesù amaramente, quando ricorda che Il battista era criticato perché era un digiunatore e che di Lui invece si sparlava dicendo che era mangione e beone. Ma – conclude Gesù – “ la Sapienza è stata riconosciuta giusta da tutti i suoi figli».(Lc 7,35). Lo disse – meno solennemente – anche un altro: “ Non ti curar di lor, ma guarda e passa” ( Dante, Inferno, III, 51).

 

lunedì 16 settembre 2013

Papa Francesco ai preti di Roma

Primo incontro di papa Francesco con i preti di Roma Stamattina a san Giovanni. Basta dirvi questo: l'austero e forte cardinale Vallini si è commosso ( lo si vedeva benissimo) asciugandosi due lacrime quando Francesco ha raccontato di una signora che faceva le pulizie all'aeroporto di Buenos Aires e che gli ha mandato un piccolo saluto scritto su un tovagliolo di carta. Naturalmente il Papa l'ha chiamata al telefono. E raccontandole, ha candidamente detto: non è questa una santa? Un santa di cui nessuno parla? C'ero anch'io in mezzo ai preti e anch'io mi sono commosso. Francesco è davvero, come hanno scritto allo stadio durante Italia - Argentina, " uno di noi". Parla come noi, è stanco come noi, è preoccupato come noi, è umile come noi. Ci si può sforzare di essere umili, ma a volte è la vita che ti fa umile. Quando lavori dalla mattina alla sera quando non hai protezioni, raccomandazioni, quando non sai se ce la farai con la fatica o con i soldi quando ti affidi dal di dentro e la fede ti sgorga da un'esistenza che altro non ha Francesco poteva lasciare queste cose ma le ha mantenute. Per questo la sua umiltà è grande. A noi preti ha detto che capisce la nostra fatica, ha chiesto di essere accoglienti, di non avere paura, di non darci mai per vinti. Ha detto che c'è una fatica buona, quella di vivere in mezzo alla gente, e una fatica che si spende per cose inutili, che è la noia. Ci ha detto che soffre per le famiglie che non possono avere i sacramenti, ci ha assicurato che sta pensando ( anzi che dobbiamo pensare insieme) di risolvere il problema. E' uno di noi, uno come noi.