martedì 29 ottobre 2013

Chi ha paura dei gay?


La parola “ omofobia” significa ben poco in italiano. Omofobia o trans- fobia sono  neologismi, nuove parole di incerto contenuto e portata. E siamo nel Paese dell’Accademia della Crusca che ha un interessantissimo sito, www.accademiadellacrusca.it, ricercando nel quale la suddetta parola nemmeno si trova.

Che cos’è l’omofobia? È una fobia, di sicuro. Dunque è più di un paura. Si può avere paura del buio, della mamma, del preside, dell’esame, di Dio ( in questo caso ci sarebbe da sculacciare il prete o il catechista  o ch l’ha messa ). Ma il fobico, in genere, è un malato. Nei film gialli americani qualche volta è un serial killer e lo chiamerebbero  S.I., ovvero soggetto ignoto ( evviva Criminal Minds!).

Il fobico è malato e può diventare violento. Può avere alla base una sua filosofia di vita ( chiamiamola benevolmente così) ma è in sostanza un soggetto da curare. Un fobico che diventa violento ( anche solo verbalmente) quando vede un gay è un soggetto da curare. Se gli chiedi perché fa così o dice così non te lo sa nemmeno spiegare. Esistono questi fobici? Certo che esistono! Esiste anche il “ fobico intellettuale”, ovvero quello che ha tutta una serie di argomentazioni a sostegno del fatto che i gay non hanno tutti diritti dei cittadini e devono essere controllati o allontanati ( abbiamo avuto in un recente passato un vero “genio” della politica il quale, prima del suo grande “risveglio” esistenziale, disse che i maestri gay devono essere allontanati dalle scuole. Poi – quando sperava di far fortuna- non lo disse più).

Oggi tale “ omofobia” sembra diventata tanto importante, tanto invasiva dell’etica comune e della cultura media, da” costringere” il parlamento italiano a fare una legge ad hoc. All’inizio questa legge – ancora non definitiva - prevedeva  l’estensione anche all’omofobia e alla transfobia dell’articolo 3 della legge Mancino, la legge del 1993 che prevede un’aggravante della pena – fino alla metà – per i reati del codice penale commessi sulla base di «discriminazione, odio o violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi». Poi si è arrivati a un compromesso, per evitare altre litigate:  le aggravanti rimangono, ma è stato aggiunto un emendamento secondo cui queste non si applicano a “le organizzazioni che svolgono attività di natura politica, sindacale, culturale, sanitaria, di istruzione ovvero di religione o di culto”. Vedremo che succederà in Senato. In pratica, chi sarà contrario al matrimonio dei gay o all’adozione di un bambino da parte di una coppia di persone dello stesso sesso potrà ancora dirlo al bar o dal barbiere, senza essere multato, ma ciò non dovrà concretizzarsi come odio o violenza etnica, razziale e via discorrendo.

E’ una cosa seria tutto questo? Il sito www.bastabugie.it ci informa che é uscito in Francia un libro davvero impressionante, «La répression pour tous?», «La repressione per tutti?», dell'imprenditore e attivista politico François Billot de Lochner (Lethielleux, Parigi 2013). Da tale libro conosciamo un’impressionante serie di violenze della polizia francese  verso chiunque dica qualcosa contro l’omosessualità o porti la maglietta con il logo della manifestazione “ Pour tous”, che avvenne a parigi il 24 marzo di quest’anno contro la legge Taubira, nota come la legge contro l’omofobia.

A scaldare la faccenda si aggiungono fatti di cronaca italiana. Un liceo incendiato a Roma, il liceo Socrate, che si era “ distinto contro l’omofobia”( così titolavano i giornali) , salvo quando 4 deficienti hanno confessato che non erano per niente omofobici  ma solo arrabbiati per essere stati bocciati. Poi due ragazzi suicidi nel  giro di pochi mesi, entrambi i quali dicevano di essere  gay. Ma, soprattutto nel caso del primo, non si è trovato nessuno tra i compagni che lo prendesse in giro.   L’altro invece è morto lontano da casa sua ( questo dice tanto) dopo aver depositato un clamoroso biglietto:” L'Italia è un Paese libero ma esiste l'omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza".

Rispetto totale per chi è morto, per chi non ce l’ha fatta. Ma quanti di noi – dopo avere scavato nella loro coscienza, a dispetto di qualunque condizionamento – sono convinti che l’omofobia possa essere causa di un suicidio? Consideriamo inoltre che, in entrambi i casi citati, la loro morte ha rivelato un’incomprensione con le figure genitoriali, quella paterna in particolare, nonché una dichiarazione dei genitori dell’ultimo, che dichiarano la loro inconsapevolezza del tormento del figlio omosessuale. E allora c’è da chiedersi:  ma in che mondo siamo? In che famiglie crescono i ragazzi? Sarà una legge repressiva che cambierà la drammatica emergenza educativa, l’allucinante carenza affettiva di tanti ragazzi o adulti? Sarà imponendo un “lessico di corte” sull’omosessualità  che quei ragazzi resusciteranno e rimarranno vivi nella memoria di chi li ha davvero amati  e quindi mai nemmeno un attimo li ha “ rimproverati” di essere omosessuali?

Chi scrive – gli amici lo sanno – ha subito una pesante accusa in tal senso, per giunta da un consacrato nella Chiesa, che mi ha scatenato addosso un’incredibile serie di menzogne. Ho fatto un processo e l’ho vinto e presto avrò una sentenza definitiva. Qualcuno dirà: ma è ben diverso! Certo, è diverso. Ma – vi assicuro -  non meno grave,  se solo si prova a immaginare  cosa significhi essere chiamati dal proprio vescovo che ti chiede “ Ma è vera questa storia ?”, oppure alzarsi una mattina, aprire Internet e vedersi diffamato su un sito ripreso poi dai blog anticlericali. Una cosa ho imparato: bisogna difendersi dal male. Reagire. Non cedere o alla menzogna ( se tale è) o al dileggio, al tentativo di emarginazione. Questa è la vera battaglia contro le omofobie: aiutare chi ne è vittima, o chi si sente tale, accogliere, incoraggiare, promuovere la giustizia che è sempre anche la verità.

La Chiesa è omofobica? Ci sono senz’altro cattolici fobici ( cioè malati) verso i gay, come lo sono verso i nomadi, verso i neri, verso gli immigrati. Ci sono anche quelli che brandiscono la Bibbia come una clava per “ essere contro” più che per amare. Ma non è omofobico chi ricorda la verità della Bibbia, ovvero che l’omosessualità non è la modalità corretta di relazionarsi stabilmente con una persona. Non è malato chi accoglie il gay per un cammino di fede ricordandogli – come va fatto verso un marito troppo “aperto” verso la segretaria – che il controllo delle proprie passioni , che fa parte della legge di Dio ( ancor più se oggetto di una promessa di fedeltà) è il modo migliore per vivere serenamente la propria condizione. E che “ Dio “è più grande del nostro cuore” ( I Gv 3.20) e del cuore malato di quelli che giudicano.

domenica 20 ottobre 2013

In morte di Elio Matassi


Per tante persone è un uomo qualunque, un nome qualunque. Per me è stato un insegnante e un maestro.

Un laico, non solo di status ( sposato e padre) ma anche di pensiero. Era – fino a giovedì scorso, giorno della sua improvvisa morte - direttore del Dipartimento di Filosofia dell'Università di Roma Tre e professore ordinario di Filosofia morale. Stava nel comitato direttivo della Società filosofica italiana, di quella di Filosofia morale. Si occupava soprattutto di filosofia tedesca e francese dell'Ottocento e del Novecento.

Era un uomo in gambissima. Perché ne parlo? Perché quando tentai – con successo – nello scorso anno la scalata all’abilitazione per insegnare storia e filosofia nei licei, lo incontrai a  Roma 3. Fu il primo che incontrai, poiché era lui a dirigere il Tirocinio Formativo Attivo che io frequentai con successo, abilitandomi proprio con l’ultima delle tante prove, quella orale, che svolsi davanti a una temibile commissione da lui presieduta. Fu il primo che incontrai in un ambiente nel quale, a 56 anni, entravo con un certo timore, perché sapevo essere un ambiente di sinistra, laico se non laicista, non certo tenero verso i rappresentanti della Chiesa. Ma forse – posso dirlo con sufficiente approssimazione alla verità – fui anche io il primo prete che Matassi incontrò dopo tanto tempo. Ricordo che mi fissò, o – meglio – fissando tutti i 70 circa pretendenti all’abilitazione, quando vide me, voltandosi verso il mio banco, rimase un attimo fermo. Mi fece un cenno di assenso, come per dirmi: “ Però! Benvenuto anche lei!”. Da allora non smise di guardarmi, di interpellarmi, di parlare con me anche negli intervalli, di lanciarmi composte ma reali manifestazioni di stima. Era un uomo libero. Era sicuramente di area PD eppure manifestò – in forma di battuta – alcune opinioni su Bersani e la ( allora) leadership del PD, che fecero benevolmente arrabbiare un’alunna di quella medesima area politica, alla quale poi chiese subito scusa. Ma non mancò di dire:” Quando penso una cosa, non riesco a non dirla”. Era un uomo di straordinaria cultura. Ci fece una lezione su Goethe e sulla “ Sorge” ( la cura) in una delle principali opere di Goethe, che ancora ricordo. Quando parlava, affascinava. E diceva di se: “ Si vede che sono un po’ pieno di me e moderatamente narcisista?”. Si vede, si vede, caro prof. Matassi, glielo dicevamo e lui ci rideva su. Sembra incredibile, abbiamo bisogno di gente che sappia prendersi in giro per credere che questo mondo non è totalmente invaso e inghiottito dal malessere dell’anima.

Era un laico di pensiero. Andai subito sul suo blog, tenuto sul sito de “ Il Fatto quotidiano” e leggevo volentieri i suoi post. Ne fece uno su papa Francesco, appena eletto, mettendo questa provvidenziale elezione in rapporto con la crisi del capitalismo mondiale, ancor più con la sua pretesa di dominare il mondo e di diventarne l’anima. A proposito di questo, durante il conclave che si celebrava in quei giorni, mi avvicinai a lui e condividemmo un paio di nomi che mai e poi mai entrambi avremmo voluto vedere affacciarsi al balcone di san Pietro. Ce li dicemmo argutamente con uno sguardo di intesa che non dimentico. Non li dirò mai, ma sapere che la pensava come me mi fece tanto sorridere. Era interista ( il suo peggior difetto) e ogni tanto intervallava le sue lezioni con citazioni di Moratti e di Stramaccioni, che erano terribili. Noi tutti ridevamo ma mi faceva venire in mente quando anche io – durante un’omelia – non resisto alla tentazione di citare l amia squadra o fatti e vicende della vita personale, che mi fanno storcere il naso. Matassi era un laico buono. La bontà, ovunque sia, è sempre dono di Dio e fa vedere la sua presenza. Cercò di facilitarci in tutto il percorso complesso e a volte incomprensibile che dovevamo compiere , laddove  altri ci mettevano ansie continue, rimanendo seduti sulle loro poltrone e costringendoci a fare sacrifici a volte pesantissimi,  come era quello di correre dopo cinque ore di scuola, senza pranzare, a Roma 3 per mettere la firma e poi ascoltare lezioni pesantissime ( mai le sue) . Matassi scendeva sempre dalla cattedra, come faccio anch’io a scuola,  veniva in mezzo a noi, ci guardava negli occhi e – anche se un poco narcisista, come ammetteva – si vedeva che ci voleva aiutare.

Io prete a Roma 3, in un ambiente per nulla favorevole, da lui ho ottenuto stima e benevolenza. Chissà, non me l’ha mai detto, ma l’immagine di Dio forse era presente in lui e io posso avere in minima parte contribuito a renderla più chiara, ad aumentare un desiderio di ricerca. Matassi era un grande intellettuale ma parlava con tutti e spezzava la cultura con tutti. Anche con me , prete di parrocchia, che rubavo ore alla pastorale per studiare materie “ profane” che mi piacerebbe insegnare, ora che ne ho anche i titoli.

Un altro “lontano” più vicino di tanti vicini, un altro uomo che ha visto un ministro di Dio e non e ha approfittato per dileggiare o manifestare la sua superiorità. Un altro lontano che Dio mi ha fatto la grazia di avvicinare. Riposi in pace, professore, quasi certamente ( ora si) trasportato verso quel punto di gravità permanente che si chiama Dio.

martedì 8 ottobre 2013

DUE ESEMPI?


Dovrebbero essere tali, cioè dei veri esempi. Secondo il vocabolario della lingua italiana, un esempio è “ un’azione o modo di operare che, se buono o virtuoso, dia altrui occasione o incitamento a imitarlo o emularlo”. Grazie al cielo, c’è quel “ se buono o virtuoso”. Diversamente, recita sempre il vocabolario, “ se riprovevole , possa spingere altri ad atti cattivi o non degni”. Così il suicidio del regista Carlo Lizzani ci è stato presentato ci è stato presentato dal figlio come una grande scelta. Ai giornali e al TG ha detto, più o meno: “ Il suicidio è l’unica eutanasia possibile”. E ancora: “In un Paese civile ognuno dovrebbe poter scegliere come morire». Lo stesso regista Lizzani avrebbe lasciato scritto: “ Ho staccato la chiave”. E al funerale dell’atro collega sucida, Mario Monicelli, avvenuto nel 2010, Lizzani avrebbe detto:” Nasce anche dal fatto che ( Monicelli, ndr) era un super laico, uno che voleva gestire la sua vita fino in fondo, un gesto da lucidità giovane».  E così veniamo a sapere – sebbene ci sia ricordato con rapidità postuma – che la “ super laicità” sarebbe gestire la vita sino in fondo fino al punto di uccidersi. E che uccidersi sarebbe cosa da lucidi e da giovani. Due esempi? Qui occorre ricominciare a discutere cosa sia un esempio, diciamolo con un termine del linguaggio giuridico: una testimonianza. E discutere – ancora e senza tregua – cosa sia di esempio oggi ( qui e adesso) in questa società malata. Malata sicuramente di guai endemici e drammaticamente tipici dell’occidente: la mancanza di lavoro per i giovani, l’instabilità della ricchezza, l’insicurezza del futuro, la violenza sui poveri e sulle donne. Ma malata anche – e a dirlo non si è per forza cattolici – di disperazione, di maledetta solitudine specie degli anziani, di disastro di larga parte delle famiglie, di emergenza educativa dei ragazzi, di mancanza dei punti di riferimento. Certo, un regista è bravo se fa un bel film, se diverte o fa sognare o sperare o riflettere, se lancia qualche nuovo protagonista sul mercato umano ( e legittimo) del teatro o del cinema. Ma forse in mezzo alla gente – a raccoglierne i sudori, gli umori, i drammi e le lacrime – più di un regista ci sta un insegnante, un ispettore di polizia, uno psicologo di quelli non da ricchi sfondati, magari un parroco. E che suicidarsi a 91 anni sia un esempio di alta laicità, ovvero – e per definizione- una testimonianza di libertà, di scioltezza dalle regole, di amore per la propria coscienza, di dissoluzione della propria coscienza dai dogmi, insomma questo è proprio tutto da dimostrare e bisognerebbe lasciarlo dire anche a chi la gente la raccoglie ogni giorno dalla sua disperazione. Non ci sarà forse bisogno di speranza? Di gesti che facciano rifiorire la voglia di vivere? Non ci sarà bisogno di coraggio, di bellezza e fantasia? E la morte, come la mettiamo? La mettiamo come la vecchiaia, ovvero come qualcosa che ripugna, che fa paura, che imbarazza? C’è bisogno di essere bigotti per affermare che, se i ragazzi non vanno più a trovare i nonni, è perché sono mentalmente infognati in quel vitalismo da strapazzo per il quale la vita di una persona, quando esprime debolezza e fragilità, debba essere accorciata o azzerata, in nome magari di quella laica, lucida e vigorosamente giovanile libertà che il suicidio – più o meno assistito – sbandiera ovunque? L’insofferenza che simili atti di suicidio inaugurano non è verso al morte ma è verso la vita. E’ vivere che è duro, sempre più difficile. E sperare che è faticoso, anche per chi sta dentro una visione di fede. Ed è di luminosi atti di vita, di fiducia, di solidarietà verso chi soffre che la gente - specie i giovani – hanno bisogno.” Non si pretenderebbe” – ha scritto Alessandro Zaccuri – “  il diritto alla morte, se ci si ricordasse più spesso di essere mortali. Non ci si vergognerebbe della propria vecchiaia, se si imparasse a riconoscere qualcosa di sé (qualcosa di umano, e cioè di comune e condiviso) nei vecchi che via via abbiamo incontrato”. Lasciamo perdere, per favore, la “ santa” ideologia che scegliere di morire quando uno vuole sia una grande scelta di libertà. Dimenticando che, se uno proprio non vuol saperne di appartenere a Dio, almeno creda di appartenere a chi ha dato il suo amore: la moglie, il marito, i figlie i nipoti. E, se non ne ha , i discepoli, la gente che ti ha voluto e ti vuole bene. Se di amore e di vicinanza il mondo ha bisogno, almeno per decenza si smetta di dire che anticiparsi la morte a pochi passi da quella naturale sia qualcosa che edifica il mondo, lo rende felice e lo riconcilia con se stesso.