martedì 8 ottobre 2013

DUE ESEMPI?


Dovrebbero essere tali, cioè dei veri esempi. Secondo il vocabolario della lingua italiana, un esempio è “ un’azione o modo di operare che, se buono o virtuoso, dia altrui occasione o incitamento a imitarlo o emularlo”. Grazie al cielo, c’è quel “ se buono o virtuoso”. Diversamente, recita sempre il vocabolario, “ se riprovevole , possa spingere altri ad atti cattivi o non degni”. Così il suicidio del regista Carlo Lizzani ci è stato presentato ci è stato presentato dal figlio come una grande scelta. Ai giornali e al TG ha detto, più o meno: “ Il suicidio è l’unica eutanasia possibile”. E ancora: “In un Paese civile ognuno dovrebbe poter scegliere come morire». Lo stesso regista Lizzani avrebbe lasciato scritto: “ Ho staccato la chiave”. E al funerale dell’atro collega sucida, Mario Monicelli, avvenuto nel 2010, Lizzani avrebbe detto:” Nasce anche dal fatto che ( Monicelli, ndr) era un super laico, uno che voleva gestire la sua vita fino in fondo, un gesto da lucidità giovane».  E così veniamo a sapere – sebbene ci sia ricordato con rapidità postuma – che la “ super laicità” sarebbe gestire la vita sino in fondo fino al punto di uccidersi. E che uccidersi sarebbe cosa da lucidi e da giovani. Due esempi? Qui occorre ricominciare a discutere cosa sia un esempio, diciamolo con un termine del linguaggio giuridico: una testimonianza. E discutere – ancora e senza tregua – cosa sia di esempio oggi ( qui e adesso) in questa società malata. Malata sicuramente di guai endemici e drammaticamente tipici dell’occidente: la mancanza di lavoro per i giovani, l’instabilità della ricchezza, l’insicurezza del futuro, la violenza sui poveri e sulle donne. Ma malata anche – e a dirlo non si è per forza cattolici – di disperazione, di maledetta solitudine specie degli anziani, di disastro di larga parte delle famiglie, di emergenza educativa dei ragazzi, di mancanza dei punti di riferimento. Certo, un regista è bravo se fa un bel film, se diverte o fa sognare o sperare o riflettere, se lancia qualche nuovo protagonista sul mercato umano ( e legittimo) del teatro o del cinema. Ma forse in mezzo alla gente – a raccoglierne i sudori, gli umori, i drammi e le lacrime – più di un regista ci sta un insegnante, un ispettore di polizia, uno psicologo di quelli non da ricchi sfondati, magari un parroco. E che suicidarsi a 91 anni sia un esempio di alta laicità, ovvero – e per definizione- una testimonianza di libertà, di scioltezza dalle regole, di amore per la propria coscienza, di dissoluzione della propria coscienza dai dogmi, insomma questo è proprio tutto da dimostrare e bisognerebbe lasciarlo dire anche a chi la gente la raccoglie ogni giorno dalla sua disperazione. Non ci sarà forse bisogno di speranza? Di gesti che facciano rifiorire la voglia di vivere? Non ci sarà bisogno di coraggio, di bellezza e fantasia? E la morte, come la mettiamo? La mettiamo come la vecchiaia, ovvero come qualcosa che ripugna, che fa paura, che imbarazza? C’è bisogno di essere bigotti per affermare che, se i ragazzi non vanno più a trovare i nonni, è perché sono mentalmente infognati in quel vitalismo da strapazzo per il quale la vita di una persona, quando esprime debolezza e fragilità, debba essere accorciata o azzerata, in nome magari di quella laica, lucida e vigorosamente giovanile libertà che il suicidio – più o meno assistito – sbandiera ovunque? L’insofferenza che simili atti di suicidio inaugurano non è verso al morte ma è verso la vita. E’ vivere che è duro, sempre più difficile. E sperare che è faticoso, anche per chi sta dentro una visione di fede. Ed è di luminosi atti di vita, di fiducia, di solidarietà verso chi soffre che la gente - specie i giovani – hanno bisogno.” Non si pretenderebbe” – ha scritto Alessandro Zaccuri – “  il diritto alla morte, se ci si ricordasse più spesso di essere mortali. Non ci si vergognerebbe della propria vecchiaia, se si imparasse a riconoscere qualcosa di sé (qualcosa di umano, e cioè di comune e condiviso) nei vecchi che via via abbiamo incontrato”. Lasciamo perdere, per favore, la “ santa” ideologia che scegliere di morire quando uno vuole sia una grande scelta di libertà. Dimenticando che, se uno proprio non vuol saperne di appartenere a Dio, almeno creda di appartenere a chi ha dato il suo amore: la moglie, il marito, i figlie i nipoti. E, se non ne ha , i discepoli, la gente che ti ha voluto e ti vuole bene. Se di amore e di vicinanza il mondo ha bisogno, almeno per decenza si smetta di dire che anticiparsi la morte a pochi passi da quella naturale sia qualcosa che edifica il mondo, lo rende felice e lo riconcilia con se stesso.

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