domenica 20 ottobre 2013

In morte di Elio Matassi


Per tante persone è un uomo qualunque, un nome qualunque. Per me è stato un insegnante e un maestro.

Un laico, non solo di status ( sposato e padre) ma anche di pensiero. Era – fino a giovedì scorso, giorno della sua improvvisa morte - direttore del Dipartimento di Filosofia dell'Università di Roma Tre e professore ordinario di Filosofia morale. Stava nel comitato direttivo della Società filosofica italiana, di quella di Filosofia morale. Si occupava soprattutto di filosofia tedesca e francese dell'Ottocento e del Novecento.

Era un uomo in gambissima. Perché ne parlo? Perché quando tentai – con successo – nello scorso anno la scalata all’abilitazione per insegnare storia e filosofia nei licei, lo incontrai a  Roma 3. Fu il primo che incontrai, poiché era lui a dirigere il Tirocinio Formativo Attivo che io frequentai con successo, abilitandomi proprio con l’ultima delle tante prove, quella orale, che svolsi davanti a una temibile commissione da lui presieduta. Fu il primo che incontrai in un ambiente nel quale, a 56 anni, entravo con un certo timore, perché sapevo essere un ambiente di sinistra, laico se non laicista, non certo tenero verso i rappresentanti della Chiesa. Ma forse – posso dirlo con sufficiente approssimazione alla verità – fui anche io il primo prete che Matassi incontrò dopo tanto tempo. Ricordo che mi fissò, o – meglio – fissando tutti i 70 circa pretendenti all’abilitazione, quando vide me, voltandosi verso il mio banco, rimase un attimo fermo. Mi fece un cenno di assenso, come per dirmi: “ Però! Benvenuto anche lei!”. Da allora non smise di guardarmi, di interpellarmi, di parlare con me anche negli intervalli, di lanciarmi composte ma reali manifestazioni di stima. Era un uomo libero. Era sicuramente di area PD eppure manifestò – in forma di battuta – alcune opinioni su Bersani e la ( allora) leadership del PD, che fecero benevolmente arrabbiare un’alunna di quella medesima area politica, alla quale poi chiese subito scusa. Ma non mancò di dire:” Quando penso una cosa, non riesco a non dirla”. Era un uomo di straordinaria cultura. Ci fece una lezione su Goethe e sulla “ Sorge” ( la cura) in una delle principali opere di Goethe, che ancora ricordo. Quando parlava, affascinava. E diceva di se: “ Si vede che sono un po’ pieno di me e moderatamente narcisista?”. Si vede, si vede, caro prof. Matassi, glielo dicevamo e lui ci rideva su. Sembra incredibile, abbiamo bisogno di gente che sappia prendersi in giro per credere che questo mondo non è totalmente invaso e inghiottito dal malessere dell’anima.

Era un laico di pensiero. Andai subito sul suo blog, tenuto sul sito de “ Il Fatto quotidiano” e leggevo volentieri i suoi post. Ne fece uno su papa Francesco, appena eletto, mettendo questa provvidenziale elezione in rapporto con la crisi del capitalismo mondiale, ancor più con la sua pretesa di dominare il mondo e di diventarne l’anima. A proposito di questo, durante il conclave che si celebrava in quei giorni, mi avvicinai a lui e condividemmo un paio di nomi che mai e poi mai entrambi avremmo voluto vedere affacciarsi al balcone di san Pietro. Ce li dicemmo argutamente con uno sguardo di intesa che non dimentico. Non li dirò mai, ma sapere che la pensava come me mi fece tanto sorridere. Era interista ( il suo peggior difetto) e ogni tanto intervallava le sue lezioni con citazioni di Moratti e di Stramaccioni, che erano terribili. Noi tutti ridevamo ma mi faceva venire in mente quando anche io – durante un’omelia – non resisto alla tentazione di citare l amia squadra o fatti e vicende della vita personale, che mi fanno storcere il naso. Matassi era un laico buono. La bontà, ovunque sia, è sempre dono di Dio e fa vedere la sua presenza. Cercò di facilitarci in tutto il percorso complesso e a volte incomprensibile che dovevamo compiere , laddove  altri ci mettevano ansie continue, rimanendo seduti sulle loro poltrone e costringendoci a fare sacrifici a volte pesantissimi,  come era quello di correre dopo cinque ore di scuola, senza pranzare, a Roma 3 per mettere la firma e poi ascoltare lezioni pesantissime ( mai le sue) . Matassi scendeva sempre dalla cattedra, come faccio anch’io a scuola,  veniva in mezzo a noi, ci guardava negli occhi e – anche se un poco narcisista, come ammetteva – si vedeva che ci voleva aiutare.

Io prete a Roma 3, in un ambiente per nulla favorevole, da lui ho ottenuto stima e benevolenza. Chissà, non me l’ha mai detto, ma l’immagine di Dio forse era presente in lui e io posso avere in minima parte contribuito a renderla più chiara, ad aumentare un desiderio di ricerca. Matassi era un grande intellettuale ma parlava con tutti e spezzava la cultura con tutti. Anche con me , prete di parrocchia, che rubavo ore alla pastorale per studiare materie “ profane” che mi piacerebbe insegnare, ora che ne ho anche i titoli.

Un altro “lontano” più vicino di tanti vicini, un altro uomo che ha visto un ministro di Dio e non e ha approfittato per dileggiare o manifestare la sua superiorità. Un altro lontano che Dio mi ha fatto la grazia di avvicinare. Riposi in pace, professore, quasi certamente ( ora si) trasportato verso quel punto di gravità permanente che si chiama Dio.

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