venerdì 29 novembre 2013

Flavia e il Belgio


Flavia era una ragazza di 13 anni,morta martedì 26 nella sua casa alla Balduina, dopo una lunga pena, fatta di una malattia iniziata a 7 anni. Era un tumore diffuso, che in una bambina si riproduce velocemente, come di fatto è avvenuto, portandola nel giro di 6 anni alla morte.

Ha fatto chemioterapie, radioterapie e anche un autotrapianto, con tutte le limitazioni che queste terapie comportano, come perdita periodica di capelli, fiacca nelle attività fisiche, diminuzione nella capacità di fiato e respiro, cose  essenziali per lei che suonava il flauto. In un tema, letto il giorno del funerale, ha che aveva imparato a mettersi, alla sua età, lo smalto alle unghie perché la terapia gliele rovinava. E addirittura nella scorsa estate si era ingegnata al punto da offrirsi per “ truccare”le unghie di signore e ragazze per pochi euro, con i quali offriva il gelato alle amiche.

Flavia è arrivata con una bara bianca nella mia parrocchia e dietro di lei i suoi genitori, addolorati e composti, la sua sorellina di 10 anni e una marea umana di ragazzi e genitori per i quali sarebbe servita la Basilica di s. Pietro. Subito dopo, mentre parlavo ai ragazzi del catechismo, alcuni dei quali compagni di Flavia, ho visto lacrime e una mamma di un’amica di Flavia che mi ha pregato: “Don Paolo, per favore , aiuti mia figlia e i suoi compagni a capire”. Così, non certo per propaganda al prodotto cattolico, questa morte è divenuta occasione di vita, se vita è ( anche) dialogo, consolazione, investigazione del mistero, dolore, lacrime che – mentre vengono asciugate – si trasformano in abbracci che poi restano nelle memorie fragili di ragazzi sempre più abituati a ignorarsi e a farsi del male, oltre che a essere spettatori del male.

Nello stesso giorno è giunta la notizia che Il Belgio ha compiuto un ulteriore passo nell'autorizzare l'eutanasia anche dei bambini malati, a prescindere dalla loro età. Una commissione del Parlamento di Bruxelles ha infatti approvato il testo della legge, che ora passa all'esame dell'aula, e potrebbe fare del Belgio il primo paese al mondo ad abolire la previsione di un limite di età per la cosiddetta "dolce morte". Il testo approvato autorizza - con il consenso obbligatorio dei genitori e l'assistenza di uno psicologo chiamato a certificare la consapevolezza e la capacità di giudizio del bambino - l'eutanasia, senza citare alcun limite di età. Nella vicina Olanda ( bontà loro..) l’eutanasia adolescenziale è ammessa a partire dai 12 anni e in 11 anni si sono registrati 5 casi.

4 senatori socialisti e liberali – a sostegno di questa legge – hanno dichiarato che il discernimento del bambino ( ragazzo? bambino? adolescente?) dovrà essere garantito da psichiatri dell’età evolutiva e sociologi. Dei genitori che lo hanno messo al mondo e cresciuto, soffrendo con lui/lei, si parla solo per dire che dovranno ( ovviamente) approvare l’eventuale “ decisione” del bambino, ma in tavola rotonda con gli “ esperti” dell’evoluzione infantile. C’è solo da immaginarsi ( la fantasia non guasta) se su questa tavola ci saranno fiori, dolcetti o soltanto enormi volumi scritti da illustri accademici che sostengano l’impossibilità del bambino di soffrire. Mi piacerebbe esserci per vedere se tra questi geniali libri spunterà anche “ La morte e il morire”, Assisi, Cittadella, 1976, della psichiatra svizzera Elisabeth Kubler Ross, che analizza le cinque fasi della sofferenza fisica e psichica di un malato, ovvero le cinque domande di senso, di aiuto, di incoraggiamento, per concludere che l’eutanasia è solo il peggior modo di risolvere il problema ( a meno che il problema non sia di quelli che stanno intorno o – peggio – non sia quello di liberare un posto letto e costose terapie di rianimazione).

Sembra  così lontano il 2010, anno in cui persino il parlamento italiano ha approvato una legge,  la Legge n. 38 sulle "Disposizioni per garantire l'accesso alle cure palliative e alla terapia del dolore. Cure palliative ( dal greco pallion, che significa sollievo) sono tutte quelle che non possono curare la malattia ma controllano i sintomi e cercano di non peggiorare, anzi di migliorare, la qualità della vita, non ( si intenda bene) aumentando la quantità di tempo da vivere, ma concretizzando una visione positiva della fine della vita, nella quale la morte deve essere il più possibile un evento naturale. Questo è sostenere chi sta male! Come diceva Giuseppe Moscati, un medico morto a Napoli nei primi del ‘900:” Pensate che i vostri infermi hanno un’anima”. Un’anima, ancora una volta! Quella di cui ci chiedevamo – nel post precedente- che fine avesse fatto.

Noi – grazie al cielo – il nostro pallion l’abbiamo vissuto qui, nella chiesa di cui sono parroco, mercoledì, al funerale di Flavia. E’ stato il sollievo dei flauti suonati per lei, delle lacrime dei suoi compagni, che coniugavano dolore e speranza, del tema fatto da Flavia, che una compagna di classe ha letto alla fine della Messa. Il sollievo dei cartelloni fatti dalle amiche, dove la ringraziavano per il suo sorriso sempre così dolce, per la calma e la serenità che addirittura infondeva quando arrivava a scuola ogni mattina. Il sollievo di sapere che – in un mondo in Dio è imputato di tutte le malattie, i tormenti, gli tsunami dell’universo – Flavia ha chiesto domenica scorsa di fare la Comunione a casa, perché non ce la faceva a recarsi a Messa.

Il sollievo di una mamma di un figlio disabile che ha detto alla mamma di Flavia che suo figlio, un po’ arrabbiato con il cielo, ha chiesto di ricevere la Comunione quel giorno, dopo un digiuno che durava dalla prima Comunione.

Flavia e il Belgio. E’ successo tutto lo stesso giorno. E adesso che diciamo? Che c’è chi ce la fa e chi non ce la fa? Certo, è vero. Ma il mondo che risposte dà? Dobbiamo essere in un regime confessionale per dire che anche la politica e la cultura hanno il dovere di offrire risposte di vita? Sono forse queste risposte appannaggio soltanto della o delle religioni?

Ha ammesso la deputata liberale Christine Defraigne, una dei sostenitori della  legge belga:” Occorre affrontare  questioni che possono avere a che fare con la depressione degli adolescenti». Una parziale e, purtroppo insufficiente ammissione, del gravissimo problema di fondo.  Penso a Flavia che, invece che deprimere, ha edificato. Penso ai ragazzi belgi: come gli spiegheranno che  grazie alle prodezze ideologiche di alcuni grandi precursori – nel loro Paese si può firmare a qualunque età una auto dichiarazione di morte? Gli diranno che sono liberi di farlo o di non farlo? E chi educherà - con simile cultura – la loro libertà? Pensiamoci.

 

 

 

 

 

lunedì 18 novembre 2013

Dov'é finita l'anima?

Parlare della morte dell’anima non è poi così complicato. Ognuno di noi ha un’immagine chiara dell’anima. E’ sicuramente qualcosa che vive con il corpo, anche se poi – quanto alla sopravvivenza dell’anima o alla sua reincarnazione o al suo penetrare in un deserto oscuro chiamato sheòl – filosofie e dottrine sull’anima non dicono la stessa cosa.
Ma la morte dell’anima è una pre – morte quando l’anima è nascosta, imbavagliata, ferita, soffocata mentre il corpo vive. O ( forse) il corpo sopravvive. Lo psicologo Ezio Aceti ha incontrato al liceo scientifico Redi di Arezzo professori e studenti. Un ragazzo gli ha chiesto: Ma perché, dottore, queste cose non ce le dite più? Perché voi adulti ci avete abbandonato?». Sorprendente, no? Eppure Aceti aveva solo parlato di sessualità, però in modo nuovo. Aveva “ osato “ dire che nella gran parte dei casi si punta sulla tecnica, su cosa si può fare con il proprio corpo, come evitare gravidanze indesiderate. Dati tecnici sulla riproduzioni e gli organi sessuali. Cos’è invece la sessualità? Più che un linguaggio del corpo, è il linguaggio di tutta la persona. L’espressione autentica di quel che si è dentro. Ed è impossibile separarla da quel che si è fuori».
Mi sono rallegrato e( lo confesso) un po’ inorgoglito. Anch’io ai miei ragazzi di terza liceo ( l’anno della maturità) parlo nello stesso modo e inizio il programma di bioetica proprio con una comunicazione sulla corporeità, sulla sessualità, sulle sue ricchezze, le sue potenzialità comunicative, i suoi rischi. Se non c’è un’anima. Alla giornalista Nicoletta Martinelli, Aceti ha sintetizzato con una frase direi eccellente il pensiero sano sulla sessualità:” L’umano. Gli adulti devono tornare a insegnare ai figli che l’essere umano è relazione, e che la relazione è legame. Che il vero genera gioia e il falso tristezza. E che è sempre possibile ricominciare”.
Le mamme delle baby squillo dei Parioli a Roma non ce l’hanno fatta. Abbiamo visto ragazze che si fanno oggetto per possedere sempre più oggetti. E’ per caso falso dire che tutto questo è l’estrema conseguenza dell’urlo in piazza: “ Io sono mia”? Gli adulti come me non l’hanno dimenticato. Servì – non in mano a donne che gridavano legittime istanze sociali ma in mano a politici che sfruttavano il facile consenso – a giustificare ogni rivendicazione “ femminista”, non ultima quella che portò all’approvazione della legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza. Legge per nulla malvagia, peraltro, se solo le pubbliche strutture ( e la mentalità di chi vi opera) avessero cercato di mettere in pratica il dettato del primo articolo: Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio”.
Oggi quell’” io sono mia” – consapevolmente o meno che sia – ha portato alla donna-oggetto, alla ragazza – oggetto. All’uso di un corpo scisso dall’anima. All’assoluto del corpo. Assoluto deriva da ab – solutus, qualcosa di “ sciolto da”. Da vincoli, da regole, da dogmi ( e fin qui si può capire) ma anche da modelli, da valori, da finalità, da un progetto, insomma. Dov’è finita l’anima? Altra domanda: dov’è finito il padre? Il padre é il primo uomo della propria figlia. E’ il primo uomo che la preferisce. Il primo che la contempla, la abbraccia. Ma la contempla non come oggetto bensì come valore. E’ il suo compagno benefico. Insieme alla madre è il suo traghettatore dal narcisismo al dono di sé, del proprio corpo, appunto, che mai è senza l’anima. E’ troppo tutto questo? Appartengo ancora alla schiera di quelli che si spezzano per dire queste cose ai ragazzi e ai loro genitori.
Dov’è finita l’anima? Forse non è scomparsa, è stata processata dalle ideologie e attualmente si trova nelle loro prigioni. Come l’ideologia che ha portato il Tribunale dei minori ( questo va sottolineato) ad affidare ad una coppia omosessuale una bambina di tre anni. Provvedimento innocente, dettato da necessità impellenti, dall’urgenza di dare a una bimba due genitori prima possibile, perché soffrisse meno la solitudine? Tanti ne dubitano, e ci mancherebbe. La diversità sessuale fa problema? Superiamola con l’ideologia. L’anima invece è psuchè, vi sono legate le stupende immagini della prudenza, della saggezza, della temperanza, della lungimiranza ( che non è la conservazione). L’ideologia è un’altra cosa, anche quando la realtà parla con estrema chiarezza.
Anche la preside del liceo Mamiani di Roma è probabilmente finita in una centrifuga di idee poco chiare. O, forse, fin troppo chiare. Afferma candidamente :” L'ho fatto con naturalezza, mi sembrava una cosa assolutamente normale". Genitore è chi si occupa del ragazzo, dice lei, questa è una società con famiglie allargate, dice ancora. Dunque d’ora in poi “ Genitore 1” e “ Genitore 2” sostituiranno padre e madre. E perché non genitore 3 e genitore 4, visto che si può avere un figlio ricorrendo allo sperma e all’ovulo di alcuni “ donatori”? E perché non genitore 5, visto che l’utero in affitto - ovvero l’incubatrice umana che costa per contratto intorno agli 8000.00 euro – è già una realtà? L’anima saluta da lontano, da molto lontano. Chiedo spesso ai miei alunni: ma bisogna proprio essere religiosi  cattolici per pensarla così? La risposta me la dà Gilbert Keith Chesterton: La cinta esterna del Cristianesimo è un rigido presidio di abnegazioni etiche e di preti professionali; ma dentro questo presidio inumano troverete la vecchia vita umana che danza come i fanciulli e beve vino come gli uomini. (…) Nella filosofia moderna avviene il contrario: la cinta esterna è innegabilmente artistica ed emancipata: la sua disperazione sta dentro».