mercoledì 17 dicembre 2014

Fantastico Roberto


Sarò di parte, anzi lo sono ( e d’altronde essere col Papa è essere davvero di parte, ovvero dalla parte della Chiesa) se dico che le due serate di Benigni suo 10 comandamenti sono anche l’effetto benefico della presenza di papa Francesco a Roma. Una volta rotto il cerchio pesantissimo del conflitto con il mondo laico, conflitto a volte inevitabile ma spesso portato avanti in modo insano, imprudente e degenerante, è venuto fuori Benigni a parlare ininterrottamente di Dio per due sere, sulla TV di Stato. Io lo chiamo miracolo. O comunque cosa impensabile solo fino a dieci anni fa, forse anche meno. Quando persino i pochi minuti dedicati all’Angelus del Papa dai vari TG o il tempo della Messa trasmessa ogni domenica dalle Tv ( private, tra l’altro) o a qualche trasmissione di sapore religioso era considerato una sorta di attacco alla laicità dello Stato, definita – al contrario non dirò della verità ma dell’ovvietà – attraverso l’intolleranza verso ciò che è religioso. Punto.

Francesco ha cambiato pagina, senza abbassare la dottrina, senza compromessi col patrimonio della fede, e guarda caso  – se è vero che Dio muove il sole e l’altre stelle – dopo un anno un Benigni inimmaginabile è uscito fuori, forse dalle ceneri di quell’irriverente e sarcastico mattatore che conoscevamo ( e che ci ha non poco divertito).

Due serate, specie la prima, indimenticabili. Un colmo di gratitudine e di meraviglia. Forse anche di azzardo, come lui ha detto ( “ o mi scomunicano o mi fanno cardinale”). L’azzardo di dire, di fonte a un 38% di ascolto, che la cosa più importante è l’anima. In questa cultura che ha ucciso l’anima, sembrava di sentire gridare la sentinella dall’alto della torre:” Arriva il nemico, facciamogli festa!” Il nemico più grande di tutte le volgarità, di tutte le sciocchezze,di tutte le porcherie, le bravate, i tormentoni, di tante pubblicità ridicole, di tutti i personalismi di basso livello di tanti uomini e donne della Tv, è proprio l’anima. Ebbene, l’anima è stata riaccolta sul grande schermo e riproclamata dalla voce di un premio Nobel che ha fatto parlare anzitutto la sua.

Benigni ha parlato di Dio. Cosa incredibile. Ne ha parlato con stupore. Ininterrottamente, inesorabilmente. E quando si dice che la predica deve essere abbastanza corta, sennò stufa, d’ora in poi si dirà Benigni docet. Se di Dio si sa parlare, se dal parlare su Dio viene fuori un cuore innamorato, non c’è durata che tenga. Nemmeno il minuto di silenzio della prima serata, proclamato e chiesto per ascoltare quella voce che solo il silenzio fa percepire, nemmeno quello è parso lungo. Alla faccia di tanti minuti di silenzio negli stadi che si concludono – inevitabilmente – con un applauso. Contesti diversi, si dirà. Ma il silenzio, se viene dall’anima,  crea solo altro silenzio e i silenzi creano ascolto. Benigni, senza mai citarlo, ha ricordato l’essenziale di san Paolo:” La fede nasce dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” ( Romani 10,17).

Qualcuno avrà ancora il coraggio di Dire che di Dio non si può parlare? ovvero che – se Dio risuona per suo conto nella coscienza – si deve tacere? Che la religione deve essere individualista ( e ognuno lo debba essere )?

Roberto Benigni ha spezzato il filo cui si tiene appesa incertamente la secolarizzazione. Credere si, ma non parlarne. Perché, se ne parli, ti imponi e imponi, come se la parola fosse – di natura sua – una specie di ghigliottina dei pensieri liberi, di un sorta di anarchia della mente che sarebbe preferibile alla verità, da una verità che cerchiamo insieme ma avendo il coraggio ( e l’umiltà) anzitutto di capire cosa c’è di alto, di grande nella nostre anima, prima che nelle nostre opinioni più o meno informate.

Nell’anima c’è Dio. Ma il punto è se crediamo nell’anima( e se la nutriamo, come lui ha stupendamente ricordato). Benigni ha magistralmente detto che il primo comandamento suona così:” Io sono il Signore Dio tuo”. Ha sottolineato quel “ tuo”. Non è un Dio che si rivolga all’uomo come nei film da serial killer, dove il profilo e tutto è uguale e tutto scontato. La debolezza del seriale ( quando lo prendono) si rivela sempre quella di chi è programmato come una cosa ripetitiva e asfissiante. Io sono tuo, dice Dio, e tu sei mio. Una relazione, un rapporto, qualcosa di irripetibile, di individuale, di irriducibile a pure forme e a soli dogmi.

E, se uccidiamo l’anima, uccidiamo l’uomo. Noi stessi. Rendiamo – ha detto Roberto – vana la nostra vita. E come spot straordinario per quel Dio che reclama attenzione e relazione, ha detto:” Siamo connessi con il mondo ma disconnessi con noi stessi. Il corpo corre e l’anima rimane indietro, boccheggiante”.

Fantastico Roberto. Non ha citato un  autore cattolico ( piuttosto aiutanti poeti e pastori valdesi) eppure ha compiuto l’opera più cattolica, nel senso di universale ( vero significato del termine): ha stimolato milioni di persone a riprendere in mano la Bibbia ( lo faranno?) e quelle 10 parole che hanno cambiato il mondo e che rimangono nella coscienza di ciascuno di noi. Quelle 10 parole alle quali persino una Chiesa, a volte troppo preoccupata di abbellire se stessa in liturgie o troppo ansiosa di mantenere le sue strutture, non ha proclamato sempre con vigore. E con la meraviglia dimostrata da un laico.

Domani, a scuola, dirò ai miei alunni:” Lo vedete che quando vi faccio le lezioni sulla Bibbia non sbaglio obiettivo?”. L’ignoranza agghiacciante della Bibbia – basta fare lo zapping sui quiz televisivi e spanciarsi di risate o amareggiarsi quando capitano le domande religiose – quell’ignoranza che non pochi credenti combattono, forse con Benigni ha iniziato ad essere picconata, come il muro di Berlino, almeno a livello pubblico.

Quando il linguista Tullio De Mauro, di sinistra e ministro della Pubblica istruzione, lamentò il deficit di cultura biblica nella nostra scuola, nessuno lo azzittò, perché era un vate della sinistra ( e un uomo molto intelligente). Ora Benigni ha dato in qualche modo forma a quell’appello e a quell’accorata ammonizione.

Grazie Roberto. Una pagina memorabile, per nulla bigotta, è stata scritta. Ora chi, come il sottoscritto,

lavora faticosamente per essere annunciatore e – quando ci riesce – affascinatore, nulla sarà come prima.

 

 

giovedì 13 novembre 2014

Riforma vera


Papa Francesco la riforma della Chiesa la sta facendo davvero. E – come è avvenuto e avviene in ogni riforma – sono spuntati ( da tempo)  i suoi nemici. Vogliamo dire avversari, per indorare la pillola? E diciamolo!

Ma chi sono questi avversari? Per capire chi è che ti avversa o ti affidi alla valutazione morale o rifletti con profondità sui contenuti. Quanto alla prima, l’invidia – penso – è il peggiore dei sette vizi capitali. E’ capace di far calare l’oscurità anche su un’ottima intelligenza. La quale intelligenza, se non tarlata dall’invidia, dovrebbe essere contenta dell’affetto che la gente ha verso il Papa, perché è affetto verso la fede e verso la Chiesa. Dovrebbe gioire che sui giornali i cristiani non vengano più tanto sistematicamente attaccati sempre sulle solite cose, facendo di un fiammifero un principio di incendio. E’ vero che Gesù ha detto   guai quando tutti gli uomini diranno bene di voi” ( Lc 6,36). Ma non mi risulta abbia detto: fate di tutto per far parlare male di voi e per farvi ridere dietro!

Se invece si riflette sui contenuti la questione dell’avversità diventa più delicata ma anche comprensibile. Francesco ha una grande chiarezza espositiva. Parla con semplicità, con profondità, non teme di chiamare le cose con il loro nome. Se deve dire che un cristiano non è tale per occupare spazi di potere lo dice e basta. Se vuol dire che un vescovo non deve andare in giro bardato come a carnevale, mettendo avanti più la sua vanità che la sua capacità comunicativa, lo dice e punto. Se deve dire ai vescovi: non ordinate preti indegni( magari cacciati da altri seminari)  solo perché i preti vi mancano, glielo dice e gliel’ha detto! Ecco dunque spiegata la prima avversità. C’è tutta una corrente ecclesiastica che teorizza ( magari non in modo codificato) che si debba dire e non dire, parlare e tacere, dire tutto e il contrario di tutto. Ricordo – un ricordo piccolissimo perché riguarda uno come me – che quando in un’omelia dissi che anch’io avevo certe tentazioni e che era normale averle in una sana umanità, una signora ( in gamba) venne subito a rimproverami di averlo detto perché così davo la sensazione di essere un debole, cosa quanto mai sconveniente per un prete. La signora era in buona  fede, ma quanto lo siano i teorici della comunicazione criptata, su questo ho seri dubbi. Quello che dice il Papa apertis verbis lo dicevano tanti sinceri credenti ma tante cose prima non si potevano dire! E qui mi fermo.

Francesco vive in modo normale. Abita in un appartamento di 70 mq, scende dalla papamobile e beve il mate, ha una predilezione per i deboli, che non sono necessariamente i poveri di finanze ma anche i non protetti, i non raccomandati, quelli che lottano per la giustizia senza ottenerla. E’ più facile che incontri e si prenda a cuore volentieri di una situazione in cui una persona senza appoggi rischi di rimanere schiacciata che non di situazioni ordinarie. E’ più facile che telefoni e inviti a santa Marta una mamma che ha perso il figlio o un gruppo di ragazzi di una parrocchia che non si attardi con illustri personaggi che il cerimoniale gli impone. Personalmente ( lo dirò con chiarezza al momento opportuno) ho fatto anche io esperienza di questa sua benevolenza. Ecco la seconda avversità. Un Papa che vive così non è – dicono o pensano alcuni – secondo la tradizione. Quale tradizione? Quella dei potenti, ovviamente,  quella di chi non vuol cambiare alcunché perché ha paura che – avvicinandosi troppo i “ poveri” alle stanze del potere  – avvengano troppe involuzioni e rivoluzioni che – si sa – fanno sempre paura a chi gode privilegi e non “ diritti”. E’ una mentalità, uno stile. Chi ha sempre vissuto come un principe o come un potente vede come fumo negli occhi l’esempio di un potente che si libera e si scioglie da certi abbracci. 

Francesco dialoga. Il dià – lògos è il contrario del mono – lògos. Chi dialoga si espone, deve mettere da parte la paura del crollo delle sue ideologie( non della fede). Spesso la fede si trasforma in ideologia perché difende non Cristo e l’uomo ma principi inveterati, tradizioni umane che – per essere state per tanto tempo intoccate – sono ritenute vangelo. Chi dialoga è vulnerabile, è vero. Chi dialoga deve essere preparato anzitutto ( ecco perché tanti preti appena usciti dal seminario non dialogano, perché sono clericali ma del tutto ignoranti). Chi dialoga deve essere riconciliato con se stesso, uomo di pace, che rifugge dall’attacco, dalla sciabolata, dalla violenza verbale. Non pochi credenti hanno la mentalità dell’aspirapolvere: meglio risucchiare tutto, la sporcizia e insieme magari una perla preziosa caduta a terra, invece che la pazienza del discernimento, dell’ascolto, della difesa paziente e ragionevole della verità.  Tanti cristiani sono convinti dell’immutabilità di certi principi umani perché è a quei principi e non alla grazia di Cristo che attribuiscono il futuro della fede. Certo, è fastidioso essere contraddetti ma ne viene spesso insieme la benefica sensazione di essere entrati in un ambiente buio ove mai nessuno era entrato. Quanti infatti non hanno incontrato Cristo non per loro responsabilità! E quanti hanno per anni pensato che il loro mondo fosse lontano da Cristo solo perché non il Vangelo gli era stato offerto male, o per imposizione o chiamando vangelo alcune fragilissime norme etiche.
Gesù non ha fatto diversamente. Ha parlato con semplicità eppure ha detto chiaramente che non a tutti era dato di capire. Chi non lo capiva e lo disapprovava erano sadducei e farisei, ovvero credenti salottieri e credenti rigidi. La sua sentenza di condanna è stata emessa da un pagano ma è stata preparata negli ambienti ecclesiastici del Sinedrio di Gerusalemme. La storia si ripete, non sempre ma, in alcuni casi, con cristallina continuità.

martedì 4 novembre 2014

Sinodo e paure


E’ stato il sinodo delle novità ma anche delle paure. Il recente sinodo straordinario sulla famiglia, convocato da papa Francesco ad ottobre, è partito col pessimo carburante delle paure. Paure ben poco giustificate già in una corretta visione di fede, che ininterrottamente ricorda come queste assemblee hanno una speciale “ tutela” dall’alto. Paure ancor meno comprensibili se si pensa che tutto il “ timore” veniva dalla relazione del card. Walter Kasper, fatta al concistoro straordinario dei cardinali il 20 e 21 febbraio 2014. Il Papa gli aveva affidato uno specifico rapporto sullo stato della famiglia nel mondo e in occidente e anche ( e non solo) sulle possibilità di apertura, o meglio di più ampia considerazione – dal punto di vista della dottrina morale della Chiesa – rispetto a situazioni, ritenute ( allora ed anche ora) non regolari, di famiglie non legate dal sacramento del matrimonio. Certe persone nella Chiesa hanno subito reagito come quando il parroco nella comunità comincia a prospettare l’idea che si cambi orario alle Messe domenicali o che si cambi l’età del catechismo o ancora che si rifaccia una parte della Chiesa togliendo qualche antico dipinto ritenuto più “ sacro” dell’altare o del tabernacolo.

Sullo sfondo, come sempre, l’antipatia di alcuni per papa Francesco. Per i consueti motivi: Francesco parla chiaro, ascolta la gente, ha un buon rapporto col mondo laico, senza ingrugnimenti , stoccate, colpi bassi ( che tanti personaggi nella Chiesa ancora usano credendo così di difendere la verità). Francesco  non è dogmatico ( nel senso che sa distinguere dottrina rivelata da Dio da dottrina umana, cosa che è molto chiara alla coscienza cattolica ma che molti dimenticano sistematicamente), non è clericale, parla a braccio, perciò stesso è ritenuto imprudente ma nella sua “ imprudenza”, da buon gesuita, sa quel che dice e sa come dirlo. La scure di cardinali contrari o, come dicono alcuni, di cardinali “pentiti” di Francesco, come pure di giornalisti cattolici di tutto rispetto, come Socci o di laici nostalgici di altri pontificati, come Ferrara, o piacevolmente polemici, come Magister, si è abbattuta sul sinodo, cercando di falciare ovunque. E’ stato detto di tutto: che l’informazione data dalla sala stampa era pilotata, che la discussione non era libera, che Francesco passava i “ pizzini” al cardinale Erdo ( relatore generale al sinodo) , che la barca della Chiesa era senza timone, fino ad arrivare ( chissà come mai, proprio in un contesto simile) all’uscita di un libro che sostiene addirittura l’invalidità canonica dell’elezione di papa Francesco ( raccontando – in palese violazione del grave obbligo del segreto – cose che sarebbero avvenute in Conclave).

Il sinodo non ha cambiato nulla, dal punto di vista della dottrina morale. Era un sinodo straordinario e -  per giunta – ogni sinodo è consultivo. Far parlare i padri sinodali, tra i quali molte coppie di laici sposati, è stato un gesto che ha fatto paura solo ad alcuni. Se dialogare fa paura c’è da chiedersi cosa sia la verità. Che cos’è una verità che non dialoga? Che cosa è una verità che non guarda con il cuore pacificato ad un mondo ( fatto di gente normalissima) che non riesce a stare sempre – e non sempre per cattiva volontà – sui binari di regole definite? E’ la verità dei farisei, che “ filtrano il moscerino e ingoiano il cammello” ( Mt 23,24).

Che cosa è una verità che non si confronta ogni giorno con l’esperienza? L’esperienza di tanti che stanno insieme, non hanno perso la fede, sono attraversati dalle normali crisi di fede e di appartenenza alla Chiesa, che tutti abbiamo passato, eppure non negano Dio né negano l’importanza e l’autorevolezza della Chiesa stessa e la sua capacità educativa. Ci portano i loro figli, spesso li accompagnano in chiesa ma non possono accostarsi ai sacramenti. E’ frequente che uno dei due soffra per questo e riconosca anche l’errore che lo ha fatto cadere ma ora chieda se non la sanazione della sua situazione ( impossibile spesso sul piano giuridico) almeno la misericordia per poter vivere una vita con i segni della fede, che diciamo tutti essere indispensabili. Tanti sacerdoti che non stavano al sinodo hanno già imboccato la via di una comprensione  che nulla toglie alla sanità e alla saldezza della dottrina.

Il sinodo – lo ripeto – non ha modificato la dottrina della Chiesa. Non quella sull’indissolubilità del matrimonio valido, che la Chiesa non può cambiare perché viene dal Vangelo. Non ha deciso di dare la Comunione a tutti, senza discernimento. Basta un briciolo di esperienza e di mente pensante per sapere che ci sono coppie con unioni irregolari che non chiedono alcun accostamento ai sacramenti e non hanno alcuna intenzione di percorrere cammini di fede o di conversione. Questo avviene anche ( e spessissimo) in coppie regolarmente unite dal matrimonio sacramentale. Non a questi si rivolgevano i tentativi di parte del sinodo, come se la Comunione fosse una pastiglia Valda da somministrare ai primi sintomi di spiritualità. Si è parlato solo ed esclusivamente di quelle coppie o persone che hanno o in prevalenza subito o anche parzialmente contribuito al fallimento di un’unione valida ma che desiderano continuare un cammino di fede e per giunta in un contesto di ammissione delle proprie responsabilità, che può passare solo da una direzione spirituale o dalla Confessione. Un parroco conosce molto bene decine di queste situazioni, molto più di polemisti cattolici o cripto- cattolici che riempiono i loro blog di offese, quando non di bugie.

Il sinodo non ha detto che le unioni omosessuali siano pari a quelle eterosessuali. Quando mai e dove? Ma è opportuno non dimenticare che le persone che sono in questa condizione necessitano di un’attenzione che è anzitutto accoglienza e, in secondo luogo anche se non sempre, può portare a modificare alcune scelte. Questa infatti è la conversione, anche laicamente. Rivedere se stessi alla luce di Dio e della propria coscienza, una cosa ben diversa dalla manifestazione in piazza dei propri diritti e dei propri orgogli.

La storia – molto poco conosciuta da alcuni – è maestra anche in questo. Antoine Arnauld, vissuto nel Seicento, era un sacerdote giansenista, seguace fermissimo di una teoria rigorista sul piano della morale e dei sacramenti. Un suo scritto “De la fréquente communion” ( La Comunione frequente) sosteneva che l'Eucaristia è un premio per i santi, non un rimedio per chi è debole: l'eccessiva frequenza alla comunione è causa di gravi danni. Tale teoria fu condannata già nella seconda metà del Seicento dal papa Innocenzo X. L’ossessione di una Chiesa di perfetti torna spesso e, ogni volta che qualcuno ( vedi papa Francesco) comunica l’immagine di una barca che fa salire i più affaticati, per sfamarli anzitutto e poi rimetterli in sesto anche nell’anima, c’è sempre una reazione in nome della tradizione, interpretata spesso senza contatto con l’esistenza. Che non capiti ai “ giusti” di sentirsi troppo dire quel che dice Gesù nel Vangelo di oggi “Vi dico: Nessuno di quegli uomini che erano stati invitati assaggerà la mia cena». ( Lc 14,24)

 

 

 

giovedì 16 ottobre 2014

Beato Paolo


 

Conobbi il papa Paolo VI da vicino il 16 maggio 1978. Da 8 mesi ero entrato in seminario e il Papa venne a san Giovanni in  Laterano ( il seminario é attaccato alla cattedrale) a celebrare una Messa in ricordo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse pochi giorni prima. In sacrestia, essendo stato scelto per servire la Messa al Papa, vidi il cerimoniere che – dopo averlo aiutato a salire sulla sede gestatoria – gli sistemò la gamba dolorante, piegandogli  leggermente il ginocchio. Il Papa gridò sommessamente per il dolore fisico. Non potei non commuovermi. Era un gigante fragile, malato. La sua espressione solenne e triste di quel giorno faceva uscire le lacrime. Giorno indimenticabile. Il 6 agosto di quello stesso anno ero a Strasburgo, in vacanza con due amici. Dormivamo in tenda e – passeggiando  per la città – vedemmo Il Corriere della Sera aperto a due facciate presso un giornalaio: “ E’ morto Paolo VI”. Fatto improvviso, inatteso. Quello poi fu l’anno dei due Papi, Giovanni Paolo I, morto dopo 33 giorni e Giovanni Paolo II, per la cui fumata bianca ero ( stavolta) in piazza. In realtà il vero Giovanni Battista Montini lo conobbi dopo, quando studiai la storia contemporanea della Chiesa e soprattutto il prodigio grande del Concilio Vaticano II.

Appresi con il tempo – che per un appassionato di storia è sempre amico – i sacrifici di quest’uomo e, insieme, il suo grande senso profetico. La storia della Chiesa, o meglio la Chiesa nella storia, si mosse anche grazie a lui. Il Concilio Vaticano II lo concluse lui. Un’opera umanamente gigantesca, fatta soprattutto di mediazione, di ascolto, nella quale spiccò la sua grande intelligenza e il suo amore per la Chiesa. Senza il Concilio la Chiesa sarebbe rimasta nel pantano di quell’immobilità in cui oggi più di qualcuno la vorrebbe , tornando indietro , come in una sorta di gloria passata, come se invece il tempo stesso non fosse passato ( trascorso) dimostrando che senza dialogare con il nuovo che emerge, si rimane indietro e irrimediabilmente spenti. E soli. Paolo VI, il 19 ottobre proclamato beato dalla Chiesa il cui  papa è Francesco, è stato un grande Papa. Non ci rimangono i suoi sorrisi, le sue battute. Non ha mai cercato di imitare papa Giovanni, il “ papa buono”. Non prendeva in braccio i bambini ma i suoi sorrisi sono indimenticabili . Sorrideva come sorride un uomo austero . Sorrideva quasi come un nobile. Era capace di provare entusiasmo per la folla, come nei grandi viaggi pastorali in India, nelle Filippine, in Colombia, in Terra Santa, inaugurando una stagione che poi san Giovanni Paolo II, da lui creato cardinale, fece diventare epica. Era un uomo fine e intelligente. Preparatissimo. Era – va detto – un progressista, progressista rispetto a un modello di Chiesa oramai superato. La Chiesa non cambia pelle riguardo alla fede, che la lega a tenaglia al Vangelo, ma certo la cambia quanto alla sua capacità ( o meno) di andare incontro alle cose nuove che il mondo, governato da Dio, le presenta e le chiede di affrontare. Non fu Leone XIII, vissuto 100 anni prima di Paolo VI, a scrivere un’enciclica famosa chiamata proprio  “ Rerum Novarum”? Soltanto un uomo illuminato come Paolo VI poteva insistere perché nella GAUDIUM ET SPES,  Il più importante documento pastorale del Concilio,fosse inserita questa frase:” Come è importante per il mondo che esso riconosca la Chiesa quale realtà sociale della storia e suo fermento, così pure la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dall'evoluzione del genere umano. L'esperienza dei secoli passati, il progresso della scienza, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana, attraverso cui si svela più appieno la natura stessa dell'uomo e si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò è di vantaggio anche per la Chiesa” ( 44).

Una Chiesa che riconosce che il mondo può darle aiuto e insegnarle qualcosa ,almeno  sul piano della convivenza umana e delle varie dinamiche dell’esistenza,  è il modello di Chiesa che Paolo VI ha portato avanti con coraggio. E’ il modello di Chiesa che oggi porta avanti papa Francesco. Senza venire meno alla fede. Poiché ogni cambiamento serio nella Chiesa, sia nelle sue strutture che nel suo agire verso gli uomini, quando è intelligente e produce frutti di dialogo e di annuncio del Vangelo, è sempre opera della grazia di Dio. Ed é per questo che quelli che cercarono di affossare Paolo VI sono i degni compari di quelli che oggi cercano di affossare Francesco. Non ricordo se papa Montini chiedesse spesso di pregare per lui. Francesco lo chiede sempre. E noi dobbiamo farlo sempre.                                             

 

venerdì 29 agosto 2014

Un'estate al mare


Non l’ho passata tutta al mare ma la canzone del mitico Battiato mi dà la partenza per alcune considerazioni. Al mare ( in spiaggia libera e senza ombrellone) se vuoi resistere al fuoco divoratore o ti metti chili di crema o passeggi e leggi. Come ti può sfuggire la notizia del nuovo romanzo di Erica Jong, la scrittrice americana che sbancò gli incassi con “ Paura di volare” nel 1973? Era un romanzo tra l’erotico e il femminista ( due cose non accostabili),nel quale in sostanza Erica diceva che amare così, come ti capita e per giunta per trovare il tuo poso di donna nel mondo accademico, era cosa buona e giusta. La filosofia di fondo è la stessa del celebre film “ Whatever works” ( “ Basta che funzioni”) di Woody Allen, nella cui vicenda basta – appunto – il principio del “ funzionamento”: etero, omo, con uno o una di trent’anni più di te o meno di te. Ma che importa? Basta che sei “ felice” ( mitica e scontatissima parola che funziona, quella si, da imbuto di ogni stranezza candida ti venga in mente).

Ebbene Erica Jong ha dichiarato qualche giorno fa che ora ha capito che il matrimonio è prezioso e rivela che ha appena celebrato le nozze d’argento. Si appresta adesso a scrivere “ Paura di morire”, romanzo che lei stessa definisce della maturità. In realtà sembra che sia un modo per dire che non ha paura di morire proprio perché si tratta di una  donna simile a quella del romanzo precedente la quale , pur andando in giro a cercare avventurette guidate da fantasie, poi desiste perché si accorge che ama suo marito. Incredibile! Che reazionaria! Che infelice! Ha avuto l’ardire di riabilitare la vita a due e non solo. Ha anche detto di sé: “ Ho detto tante cose terribili, ma ero giovane e cinica”. Questo poi! Dire a un giovane che ha bisogno di farsi un equilibrio, di costruirselo ogni giorno e che – nel cammino di integrazione con se stesso – il valore fedeltà è importante. E insieme la speranza di farcela. “ Non lasciatevi rubare la speranza”, ripete ovunque un uomo vestito di bianco che si fa chiamare Francesco.

Nessuna soddisfazione ( e ci mancherebbe), solo amarissime considerazioni a leggere che un comitato di indagine ha scoperto che nella città inglese di Rotherham che dal 1997 al 2014 ci sono stati abusi su 1400 minori. Orge, silenzi, omertà, scrive il rapporto. Una trama sconcertante nella quale per sedici e più anni quasi tutti hanno fatto finta di niente. Letteralmente si dice che si sarebbe potuto “ scoperchiare il pentolone” per tempo e nessuno lo ha fatto. Ma il regno di Gran Bretagna non è quello dove un cardinale, precisamente Keith O Brien di Edimburgo, è stato costretto alle immediate dimissioni da Benedetto XVI, sulla base di semplici accuse di tre preti, abusati quando erano giovani seminaristi, e gli è stato impedito di partecipare al conclave di un anno e mezzo fa?  Da un po’ di tempo, vivaddio, di pedofilia dei preti o dei vescovi si parla meno. Primo perché è la chiesa stessa che ne parla per prima, scoperchiando i suoi pentoloni e usando un rigore santo verso chi si macchia. Secondo, perché i giornali hanno “ finalmente” scoperto che la pedofilia non è lo sport nazionale del clero, essendo una drammatica depravazione di una cultura che ha rimesso di nuovo i bambini al centro di morbose attenzioni, contemporaneamente all’averne fatto non soggetti per la formazione – come fa la gran parte della chiesa insieme ad altre istituzioni – ma fenomeni da baraccone, da successo, come in certi programmi tv in cui vengono svenduti con la promessa di una brillante carriera.

Più tragica è invece la faccenda del risorto califfato di Al Baghdadi, leader dell’Isis, che ha rimesso in piedi ( alla faccia del rinnovamento) un’istituzione - il califfato – scomparsa nel mondo islamico addirittura nel 1924, grazie alle riforme di Ataturk, presidente della prima repubblica di Turchia. Tragica perché ora è più difficile parlare con un amico musulmano, anche perché vedi la sua sofferenza in volto, comprendi che ti vuol dire che l’islam non è quello e tu – se sei normale – non ne profitti per crocifiggerlo. L’ideologia del nuovo “ califfato”  è : distruggete tutti gli infedeli. Come ha messo in luce,  da maestro, Massimo Introvigne, i guerriglieri dell’Isis, che sono sunniti, vogliono anzitutto distruggere tutti gli sciiti, già minoranza nel mondo musulmano e insieme i cristiani. Il massacro è dunque in primo piano contro altri musulmani, se non altro perché sono di più nel mondo orientale e poi contro i cristiani che già faticano sangue e sudore a rimanere in terre ormai islamizzate ma originariamente cristiane, perché in quelle terre è nato l’ebreo Gesù. Sono armatissimi, hanno l’oro nero, hanno prosciugato le banche irachene, addirittura impongono il pizzo ai commercianti pur di arricchire e avanzare. Chi ricorda più gli appelli del cuore tremolante di san Giovanni Paolo II: “ Lasciate stare l’Iraq!” Fatto fuori Saddam Hussein, dopo un breve interregno di confusione, ecco chi risorge al suo posto. Ed ecco di nuovo – da Obama a Renzi – che ci spiegano che senza le armi non li possiamo fermare. In questa strategia che facciamo fatica a seguire, nel tentativo difficile di farci un’opinione su come reagire, brilla come rugiada la delicatezza di Ronald Lauder, presidente del Congresso ebraico mondiale. Un coraggioso e aperto figlio di Abramo, che scrive: “ Perché il mondo tace mentre i cristiani sono sterminati?”. “ Poche proteste si levarono sulle campagne di epurazione naziste del 1930 prima che fosse troppo tardi e,come allora, il silenzio di oggi è altrettanto assordante”. “ Decapitano bambini e mettono la loro testa su bastoni. Per ogni nuovo bambino ucciso, altre madri violentate e uccise e i padri impiccati. Ora, dove sono le proteste? Dove sono le grandi manifestazioni di massa con i cartelli e gli slogan urlati? Dov’è la rabbia e lo sdegno?”. Grazie a Ronald Lauder per questa franchezza controcorrente. Grazie a chi prega e digiuna e vuol bene. Grazie a chiunque ami così tanto Dio da diventare limpido operatore di pace.


 

mercoledì 18 giugno 2014

Ero stanco


Così, dicendo proprio che era stanco del matrimonio, Carlo – in un paese chiamato  Motta Visconti – ha afferrato un taglierino e ha colpito alla gola Maria Cristina, sua moglie, che stava sul divano. Poi è salito un camera al piano di sopra e ha tagliato la gola a Giulia e a Gabriele, i suoi due figli che dormivano.

“ La famiglia era una gabbia, non sopportavo più questa vita”. Parole sue, dette più o meno lucidamente ai carabinieri alle due di notte, dopo soli sei anni di matrimonio. I giornali che hanno fatto? Hanno pubblicato quasi tutti la foto dei due sposi di sei anni fa, vestiti da fichi e sorridenti da favola , con espressione  consuetamente adatta per il fotografo. Chissà, quell’album starà ancora a casa, in quella villetta in cui ha colato – sei anni dopo il matrimonio – un sangue molto simile, perché sangue di madre e di figli.

Quante di quelle foto ho visto nella mia  vita. Ne tengo tante anche in camera. Sposi “ felici”, uniti da me in matrimonio, ragazzi e ragazze che ho preparato al matrimonio, per i quali ho fatto chilometri in moto per raggiungere la chiesa, per i quali mi sono preparato con scrupolo, anche per lasciare l’uditorio ( chiamiamolo laicamente così) soddisfatto di aver partecipato a un sacramento che tutto è meno che una gabbia. E che non fosse una gabbia quante parole ( le mie piccole parole) ho speso per cercare di spiegarlo.

Ma per Carlo era una gabbia. E una gabbia, ovvero sbarre di ferro, intrusi insostenibili della vita, aggressori insopportabili della quiete erano anche i due figli. Ha detto proprio così:” Quando mia moglie-  accoltellata una prima volta , ndr – mi  ha chiesto “perché?”, ho pensato che avrei potuto divorziare, piuttosto che trucidarla”. Ma al magistrato che gli chiedeva “ Ma non poteva dunque divorziare?”, Carlo ha risposto: “ No, col divorzio i figli restano”. Meglio farli fuori, ha detto proprio così.

Ovviamente ha detto anche “ mi ero innamorato di un’altra”. Una giustificazione ci vuole sempre. Come la coppia di canuti benpensanti di Erba che nel 2006 ammazzarono bambino, mamma, nonna e vicina di casa perché davano fastidio. Troppo fastidio e troppo rumore. Le antiche bilance del mercato, infatti, ove si misuravano cosa contro prezzo, non esistono più. Andate a cercarle in qualche mercato, non ci sono più. Ma non ci sono più nella coscienza dell’uomo. Sparite anche da lì.

Che poi Carlo il tagliagola sia andato a vedere la partita dell’Italia e il gol di Balotelli è la cosa che stupisce di meno. E ancor meno stupisce che gli amici abbiamo testimoniato:” Non era per nulla agitato”. Sorprende invece ancora un pochino ( dati tempi e le culture) che la donna di cui il marito “ stanco” si era innamorato abbia dichiarato: “ Ma io non lo amavo! L’ho sempre respinto”. Ha ragione, povera ragazza, anche lei - e mi pare giusto- si deve un po’ salvare dal casino generale.

Che succede nel mondo?

Difficile dirlo. Quando si dice “ non ho parole”, si dice proprio la cosa giusta. Succede quello che papa Francesco, lunedì sera al convegno della diocesi di Roma, ha - come sempre in modo antidogmatico ma efficacissimo – ha avvertito e segnalato come urgenza. . “ Prima di venire qui, sono andato in cucina a prendere un caffè, c’era il cuoco e gli ho detto: “Tu per andare a casa tua di quanto tempo hai bisogno?”; “Di un’ora e mezza…”. Un’ora e mezza! E torna a casa, ci sono i figli, la moglie…. E devono attraversare Roma nel traffico. Spesso capita a tutti noi di sentirci soli così. Di sentirci addosso un peso che ci schiaccia, e ci domandiamo: ma questa è vita? Sorge nel nostro cuore la domanda: come facciamo perché i nostri figli, i nostri ragazzi, possano dare un senso alla loro vita? Perché anche loro avvertono che questo nostro modo di vivere a volte è disumano, e non sanno quale direzione prendere affinché la vita sia bella, e la mattina siano contenti di alzarsi.”

L’unica lieve differenza è che Maria Cristina, Giulia e Gabriele non si sono più alzati.

E ha aggiunto: “Faccio sempre una domanda: “E tu hai tempo per giocare con i tuoi figli?”. E tante volte sento dal papà: “Ma, Padre, io quando vado a lavorare alla mattina, loro dormono, e quanto torno, alla sera, sono a letto, dormono”. Questa non è vita!”

Ma qui andiamo anche oltre. Oltre il confine di una vita che non è vita. Qualcuno dirà: siamo nella pazzia. Tendo a non crederlo. Siamo in quella che Sandro Spinsanti, un grande bioetico, chiamava la malattia della “ normosi”. La normalità che non piace. Che alimenta il desiderio dell’estremo, del proibito, dell’insano, perché così fan tutti.. e che facilmente si trasforma in follia. Ma un folle criminale, in genere, dice e racconti le cose che ha fatto in un certo modo. Carlo invece era “ tranquillo”, poiché era semplicemente “ stanco”.

Forse avviene quello che la sociologa francese Irène Théry ha efficacemente denominato démariage, cioè dematrimonializzazione.

Avviene l’agonia del «matrimonio », che porta irresistibilmente con sé il dilagare di una crisi demografica, della cui gravità solo ora, e a fatica, l’opinione pubblica comincia a prendere coscienza.

Avviene forse anche che l’individualismo che caratterizza le società secolarizzate consente che si dia al matrimonio (istituto eminentemente relazionale e di conseguenza radicalmente anti-individualista) un rilievo residuale, tutt’al più simbolico, di minima valenza sociale.

Il matrimonio – e in genere lo stare insieme – stanca. Siamo ben al di là dell’avere sbagliato marito o moglie. Siamo al quasi totale rifiuto dell’impegno, siamo al disprezzo della donna e del frutto del suo ( e del tuo) grembo. Siamo alla totale insignificanza della parola data. Siamo, in poche parole, alla frutta.

Siamo in una drammatica crisi morale, di fronte alla quale gli 80 euro in più in busta paga ( che ho ricevuto anch’io) producono l’amara consapevolezza che si possa arrivare a pensare che il problema sia solo che abbiamo pochi soldi e meno soldi e di conseguenza consumiamo di meno.

Siamo a qualcosa che occorre affrontare insieme tutti, senza moralismi e senza dividerci in chi la pensa in modo religioso e chi senza. Siamo all’emergenza educativa. Da credente – parafrasando anche la fiction di Elena Sofia Ricci – dico: che Dio ci aiuti

      

 

lunedì 9 giugno 2014

Grande Francesco


Stavolta Francesco ha superato se stesso. O meglio, la grazia di Dio gli ha permesso di operare grandezze. E proprio nel giorno della Pentecoste cristiana, festa già ebraica ( festa delle shavuoth), giorno nel quale – secondo gli Atti degli Apostoli –nacque la Chiesa, ovvero la comunità dei credenti pacifici, infuocati e incoraggiati dalla forza di Dio. Francesco ha messo insieme a pregare chi si combatte. Quelli che si odiano si sono seduti, l’uno a destra l’altro a sinistra di Francesco e  hanno ascoltato e partecipato alle invocazioni di fede delle tre religioni monoteiste.

Prima di Francesco aveva fatto questo Giovanni Paolo II ad Assisi. Poi lo aveva fatto papa Benedetto. Francesco ha fatto – diciamo che ha osato – di più. Li ha invitati tutti a casa sua, nel giardino di casa sua. Ha invitato anche Bartolomeo, il patriarca ecumenico delle chiese ortodosse. E ha voluto che fosse lui il primo a leggere la preghiera dei cristiani, che tra l’altro era tratta dall’Antico Testamento, ovvero dalla Bibbia cara agli ebrei . Bartolomeo ha letto un brano di Isaia, un profeta degli ebrei che i cristiani leggono come parola di Dio, ispirata da Dio quanto lo è la parola del Vangelo. Solo un pezzetto della preghiera cristiana era in italiano. La terza parte dell’invocazione cristiana era addirittura in arabo. Era la preghiera di san Francesco sulla pace ma è stata letta in arabo. Una squisita cortesia, un gesto di intelligente sensibilità verso le lingue semitiche, araba ed ebraica, che trovano una sorta di unità nella lingua aramaica, cioè nella lingua che Gesù parlava.

Francesco è un genio. Non è ( forse) un genio della teologia ma è un genio della sensibilità. Un genio della semplicità. Quando ha accolto Abu Mazen e Peres e poi Bartolomeo a santa Marta, li ha accolti in un albergo – di fatto è così– dove lui abita una camera con studio e bagno. Aveva detto che nell’appartamento vaticano ufficiale non ci voleva andare per motivi psichiatrici. In poche parole, ha detto che lì sarebbe diventato matto! Francesco è un genio della sincerità, dell’immediatezza, della naturalezza. C’ è bisogno di geni per queste cose? I geni non erano quelli della fisica, della matematica, della letteratura? Evidentemente no, quelli non bastano per dare speranza alla gente, per caricare di fiducia il futuro.

Francesco è salito su un pullman bianco, che è solo un poco più pulito e carburato del pullmino della mia parrocchia, quello con il quale vado a fare la spesa o trasporto bambini e ragazzi ai campi estivi. Dentro  il pullman ha chiacchierato, ha riso, ha fatto ridere le due colonne politiche  dell’ebraismo e dell’islam. Ha fatto si che si abbracciassero. Lo ha fatto con quella faccia sorniona, che ormai chi lo ama aspetta di vedere ogni volta che accende la tv per guardarlo. Con quella faccia sulla quale – se non fosse esagerato dirlo – mi piacerebbe dire che sembra non sia mai passato il peccato, la malizia, la doppiezza di chi fa politica e piega al suo successo personale anche le strette di mano per una ipotetica pace nel mondo.

Francesco ha fatto quello che già fece il santo da cui prese il nome. Francesco di Assisi andò a Damietta, in Egitto, a incontrare il sultano Malek al Kamil. Davanti, a san Giovanni d’Acri, c’erano gli eserciti crociati della cristianità civile e ecclesiastica. Erano pronti a fare guerra, l’avevano già fatta. S. Francesco c’è andato a rendersi conto, c’è andato a parlare. Ha parlato al sultano di Cristo, gli ha chiesto di convertirsi ma non gli ha sparato addosso né pallottole né cattiverie aggressive di parole o gesti. E’ uscito da lì pulito come pulito era entrato. Nessuno gli ha torto un capello. Forse ( e d’altronde Cimabue ce ne ha dato una credibile immagine) anche lui aveva un faccia sorniona e umile, modesta e ordinaria, la faccia di un figlio dell’uomo e di Dio, che amava l’uomo in Dio e Dio nell’uomo, in ogni uomo,anche nel sultano.

Francesco ha fatto quello che ogni credente dovrebbe fare ogni giorno. Basta un giardino, un pulmino, una Bibbia, un Corano. Basta l’abbraccio e ci vuole una tonnellata di umiltà. Io provo a farlo quando porto i miei alunni in Sinagoga, o nella chiesa greca di san Teodoro a Roma o in quella luterana di via Germania. Ce li porto perché mai e poi mai abbiano a dire che la religione che gli è stata insegnata li abbia formati a guardare all’altro con sospetto, con senso di superiorità o di supponenza, col marchio vergognoso di credersi i migliori. Provo a farlo con i miei amici musulmani Yasser e Aziz, che mi chiamano loro fratello e che io chiamo allo stesso modo.

Francesco ha detto ancora una volta cosa è la Chiesa, la sposa di Cristo. E’ un’arca di pace, è una zattera di comprensione, è uno scafo dove ciascuno può salire senza sentirsi giudicato o inquadrato. “ Non giudicate e non sarete giudicati, non condannate e non sarete condannati” ( l’ha detto Gesù e lo riporta  Lc 6,37)

Francesco ha detto alla Chiesa cosa sia la pace. Come si trattino le persone, anzitutto i lontani da Dio. Quelli che non sono come noi, che non credono o che credono in altri modi. Francesco – più che portare onore alla Chiesa – ha riportato la Chiesa al Vangelo. Il vangelo è uno stile più che un onore. Uno stile non facile, impegnativo, che richiede l’uscire sempre da se stesso, che richiede la custodia del cuore, la custodia della mente, soprattutto della sua raffinatezza e della sua sensibilità.

Dopo aver visto domenica quel che abbiamo visto non si può più essere come prima.

 

 

giovedì 15 maggio 2014

Matteo e il nuovo


Per Matteo Renzi – lo confesso – non ho avuto subito un’istintiva simpatia. Stimavo Enrico Letta, per la sua intelligenza, la sua cultura e la sua pacatezza. Come a tanti, anche a me la faccenda Letta – Renzi è sembrata congiura di palazzo. Riconosco a Matteo però alcuni carismi e alcuni meriti. E’ simpatico, si fa guardare, si fa ascoltare. L’immagine conta quel che conta, ma conta. D’altronde ne ho sentite a centinaia di queste argomentazioni, specie  nell’avvicendamento dei due papi Benedetto e Francesco. Matteo è concreto, viene dalla politica, è vero ( questo glielo rimprovera sempre Grillo), però conosce i problemi. Li affronta non per salvare se stesso e le sue imprese ( almeno mi sembra) ma per un’ istintiva sollecitudine per la res publica, che - come me - tanti gli riconoscono.

La sua furbizia, inoltre, gli ha giovato non poco. Si è messo a dialogare con Berlusconi, suscitando lo scandalo dei benpensanti ( che mi sembra tanto simile allo scandalo di certi cattolici davanti a papa Francesco). E così ha “ finalmente” smesso di far pensare la sinistra come qualcosa che esiste solo contro Berlusconi. Se penso a un uomo in gamba come Prodi che aveva messo insieme oves set bove et pecora universa, pur di avere due o tre voti più di Silvio! Ricordate l’ineffabile e cattolica Rosi Bindi - non appena insediato Prodi- per compiacere gli alleati “laici” presentò subito la proposta dei DICO, ovvero la legalizzazione delle coppie di fatto. Poi Romano – che ce l’ha messa tutta per far bene – è imploso sotto i colpi dei litigi interni a una coalizione che non poteva reggere e della contestazione di alcuni “ universitari” contro la visita di Benedetto XVI alla Sapienza. Matteo è più furbo. Sarà furbizia politica, lo so, furbizia da consumato attore delle cose, tuttavia sono certo che sta dimostrando che se ti riconosci in uno schieramento progressista non hai bisogno di distruggere Berlusconi ( specie se riconosci che, se Silvio è un avversario, ce ne sono di ben più temibili di lui).

Altro punto stimabile di Matteo è la ministra Stefania Giannini - Pubblica Istruzione – la quale ha avuto – in una recente intervista – un coraggio non da poco. Ha parlato di scuola paritaria, ovvero di quella scuola privata, non statale ( prevalentemente cattolica, ma non solo) che si è adeguata agli standard legislativi e sindacali dello Stato e che perciò ha ottenuto “ la parità”. Contro di essa le ideologie trasversali – di destra e di sinistra – si accaniscono ogni giorno. Molti istituti privati hanno preparato negli anni ottimi studenti, compresi i figli di tanti politici di sinistra che si fidavano di loro più che della scuola di Stato.

Tutto sono gli istituti privati meno che “ diplomifici” di bassa lega. Chi sta e insegna da anni nella scuola statale, come il sottoscritto,  vede ogni giorno proprio in quella scuola tante assurde contraddizioni rispetto alle proclamazioni, specie per quanto riguarda il valore oggettivo degli insegnanti ( di alcuni, ovviamente).

Ebbene, la ministra ha detto che, nel rapporto tra scuola pubblica e paritaria, “vanno superate vecchie incrostazioni ideologiche. Si tratta di scegliere con decisione il modello europeo, cioè la libertà di scelta educativa per le famiglie e gli studenti. Serve un modello integrato, dove un bene pubblico, come l’istruzione, può essere gestito da soggetti diversi”.

Cose dell’altro mondo, dette da un ministro di area PD! E’ l’affermazione più evidente del “ principio di sussidiarietà”, di paternità cattolica. E’ contenuto infatti nella dottrina sociale della Chiesa. Il termine “sussidiarietà” deriva dal latino subsidium, che indica le truppe di riserva; la terminologia militare romana distingue infatti le coorti che combattono sul fronte (nella prima acies) dalle coorti di riserva, che stanno pronte dietro il fronte (le subsidiariae cohortes). La sussidiarietà, applicata alla società, indica l'intervento compensativo e ausiliario degli organismi sociali più grandi – per lo più dello Stato o di istituzioni utilitaristiche organizzate – a favore dei singoli e dei gruppi sociali più piccoli. Al tempo stesso indica che gli organismi privati possono “ sussidiare” lo Stato in alcuni compiti, quando lo Stato non ce la fa. Ma ovviamente richiedono dallo Stato qualche aiuto, anche perché lo fanno risparmiare. Ciò che spiego spesso ai miei alunni ideologicamente più “ accesi” è che lo Stato, finanziando la scuola paritaria, risparmia perché quella scuola gestisce parte del diritto allo studio, che lo Stato da solo non potrebbe ( e inoltre dà lavoro a non pochi). Stessa cosa avviene, per es., per gli ospedali. E’ di qualche giorno fa la notizia che l’ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti ( Puglia), le cui origini risalgono al 1158, è al collasso perché la regione non paga quel che dovrebbe, in base alle convenzioni. Il Miulli è il quarto ospedale della Puglia, gestito da sempre dalle autorità della diocesi, senza fini di lucro. Ma senza finanziamenti o rimborsi, oppure in caso di ritardi di essi, la sussidiarietà si va a far benedire. E se la scuola privata fa risparmiare uno Stato, figuriamoci quanto questo avvenga nel campo della sanità!

Ebbene, Matteo sembra – per ora – lontano da queste precomprensioni ideologiche che – caduto il grande contenitore del marxismo – hanno sinora caratterizzato gran parte della sinistra italiana. Rimane da vedere quanto reggerà. Questo non è uno spot pubblicitario a  suo favore ( il sottoscritto non sa nemmeno se andrà a votare a fine maggio) ma rappresenta una possibilità di riflessione e di dibattito.

 

martedì 15 aprile 2014

Davvero una grande vittoria


Più o meno così l’hanno titolata diversi giornali di grande tiratura.La grande vittoria sarebbe che la Corte Costituzionale ha dato l’ennesimo colpo alla legge 40 sulla fecondazione assistita, permettendo ( dunque dichiarandone incostituzionale il divieto) la fecondazione eterologa. Per intenderci, si potrà d’ora in poi fare un figlio in provetta andando a comprare lo sperma alla banca dello sperma e l’ovulo alla banca dell’ovulo. In pratica, Francesco sarà figlio di Marcella ( sua madre biologica) e di Alberto ( suo padre giuridico ma non biologico, perché quello biologico sarà il signor X, in tutti i sensi, perché non si saprà mai chi è). Franceschino però potrà essere figlio anche di Marcella e Alberto, suoi riconosciuti genitori, ma biologicamente del signor X e della signora Zeta ( non Zita) ovvero di una mamma anch’essa mai riconosciuta poiché la coppia potrà accedere non solo alla banca dello sperma ma anche a quella dell’ovulo. Basta così? Neanche per sogno! Potrebbe anche, in questa graziosa  operazione, esserci “ la madre in affitto”, ovvero un donna che si impegni – ben pagata a meno che con le nostre tasse non dovremo pagarla anche noi – a portare a termine la gravidanza e poi a restituire il bambino ai “ genitori”. Il nostro mitico Francesco sarà così figlio di Marcella, Alberto, signor X, signora Zeta e dell’utero di ..Priscilla ( chiamiamola così, mi gusta). Grande vittoria della scienza, davvero!

E grande vittoria del diritto! L’Italia è un paese nel quale il Parlamento, eletto dai cittadini, fa una legge e la Corte Costituzionale- collegio nel quale negli anni si avvicendano giuristi nominati dal Presidente della Repubblica o dallo stesso parlamento ( democrazia tuttavia indiretta) – la può cancellare un po’ per volta, come in una lenta tortura della goccia. Chissà perché la legge 194 sull’interruzione volontaria di gravidanza non è mai stata toccata dalla suprema Corte ed è ancora lì, in larga parte disattesa nei suoi primi due articoli, ovvero quelli nei quali non di aborto si parla ma di aiuto alle mamme in difficoltà,che lo Stato ( con le nostre tasse) dovrebbe dare per prevenire l’aborto. Aiuti nella prevenzione,ovvero i grandi sconosciuti!

E meno male che stavolta non hanno tirato in ballo papa Francesco! Dicendo che adesso – visto che si respira aria nuova nella Chiesa – sicuramente su una faccenda simile non ci saranno reazioni “ reazionarie”.

Infatti – guarda caso - Francesco ( non il figlio dei cinque genitori ma il Papa) ha appena ricevuto una delegazione dell’Ufficio cattolico per l’infanzia, ribadendo anzitutto il naturale severo giudizio verso alcuni “ sacerdoti – abbastanza, abbastanza in numero, ma non in proporzione alla totalità -  per il danno che hanno compiuto, per gli abusi sessuali sui bambini”. E ribadendo poi – ma questo i giornali l’hanno come dire un po’ tralasciato – “ il diritto dei bambini a crescere in una famiglia, con un papà e una mamma capaci di creare un ambiente idoneo al suo sviluppo e alla sua maturazione affettiva”.

Considerazione oramai ritenuta “ reazionaria”, visto che – nel giro di pochi mesi – la concessione della fecondazione eterologa permetterà con larga probabilità anche alle coppie di persone dello stesso sesso di avere bambini o, probabilmente, di adottarli.

E poiché nulla avviene a caso, abbiamo assistito in questi giorni al dramma della coppia che – avendo cercato di vincere la sterilità con una fecondazione “ omologa”, questa si concessa dalla legge 40 – si è accorta che gli embrioni creati in provetta e poi inseminati nell’utero della mamma non derivavano dal materiale genetico messo a disposizione dai genitori legittimi. Nell’omologa, infatti, almeno i genitori giuridici e i genitori biologici coincidono. Speculo sugli errori di un ospedale? Non direi. Mi limito a far notare che quello che Isabella Bossi Fedrigotti ha definito, sul Corsera, “ l’ostinato desiderio di paternità e maternità” porta proprio a conseguenze simili. E’ la contraddizione di un certo tipo di cultura. Sostiene un diritto ad essere genitori e non vuole riflettere sulle conseguenze. Considera “diritto” quello dei genitori e ignora come “ diritto” quello del figlio di sapere chi i genitori siano. Sbandiera il “ diritto” di una coppia dello stesso sesso a realizzare una paternità/maternità più che legittima e ignora un altro “ diritto”, quello del bambino ad avere un papà maschio e una mamma femmina. E’ inoltre una cultura altamente censoria. Certo non trova spazio, sui fogli di queste “ rivendicazioni” di diritti civili, la storia di Dawn Stefanowicz, che ha addirittura aperto un sito per pubblicizzare la sua storia raccolta in un libro “ Out from under”. Sottotitolo: La mia vita con un padre gay. Andate a leggere, per chi sa l’inglese:


Qui non si tratta di fare battaglie o di aprire steccati. Si tratta piuttosto di comprendere fino a che punto le possibilità aperte dalle biotecnologie possano spingersi sino a violare quel naturale diritto ad esistere in un certo modo, a nascere in un certo modo, ove per “ certo modo” si intende senza accanimenti terapeutici o tecnologici che aprano a un futuro incontrollabile, un futuro che potrebbe già essere realtà in Paesi e laboratori che non conosciamo. E si tratta in sostanza non per forza di condividere posizioni “ cattoliche” ma di grande buon senso.

 

 

 

 

 

 

lunedì 10 marzo 2014

La fede in giro


E’ bello portare la fede in giro. In giro per il quartiere, quando vado a benedire le famiglie. Non ho mai capito perché alcuni preti hanno abolito la benedizione delle famiglie, in alcuni casi addirittura demonizzandola come se fosse una sorta di cedimento alla superstizione. Sembra incredibile ma spesso i preti hanno l’idiosincrasia per l’acqua santa. L’acqua santa non é un dogma di fede ma una sana tradizione cattolica, che viene utilizzata per bene – dire, ovvero “ dire il bene” di Dio agli uomini, agli animali, alle attività e alle cose dell’uomo. E’ un modo per chiedere che quelle persone siano purificate e protette e quelle cose siano utilizzate per il bene. Normalmente quando entro nelle case non utilizzo una formula fissa. Chiedo che in quella casa regga sempre il bene, ne siano allontanati i pericoli. Cerco di pregare – quando possibile - con tutti quelli che stanno a casa. Le persone più devote sono le badanti. Hanno quasi tutte una religiosità serena, normalissima, per nulla cerebrale, molto aperta ai segni della fede.

Quanto all’accoglienza ne ricevo sempre abbastanza. Contestare che si trovi una metà delle persone ( perché le altre o non ci sono o – raramente - non aprono) sarebbe come dire che non si celebra la Messa perché non ci sono abbastanza persone. Mi sembrano obiezioni a una delle forme ancora più feconde di missionarietà “oggettiva”, che permette un contatto diretto e immediato con la gente che abita il quartiere.

Questa “ gente” per il parroco è il “ popolo di Dio”, un’espressione propria del Concilio Vaticano II, molto adatta a indicare che la “ gens” non sono individui qualsiasi ma sono un popolo che è incamminato e orientato da Dio verso il compimento della storia.

Non tutti, è vero, accettano. Alcuni dicono di no, con più o meno cortesia. In rarissimi casi qualcuno esprime il suo “ dissenso” staccando il cartello che nell’atrio del palazzo indica un’ora e una data. Ricordo una comicissima situazione in cui qualcuno scrisse un commento sul cartello, per nulla volgare. Io presi una penna e ci misi la risposta. Poi scendendo vidi la risposta alla risposta e ovviamente aggiunsi un’ulteriore risposta. Quel cartello era diventato un tatsebao. Ma solo i cocciuti – lo ammetto - arrivano a tanto.

Ci sono anche altri modi di portare “ la fede in giro”. Ma ci sono anche altri “ modi” di nascondere la fede, avendone vergogna o paura o sentendosi impreparati. Al corso dei fidanzati qualcuno – più sensibile al tema – diceva che gli “ slogan” di chi è polemico con la fede sono più semplici e più diretti dei lenti e pazienti ragionamenti che cercano una giustificazione umana al credere. Per questo spesso si tace o si cede o si passa con il dantesco “ non ti curar di lor”. Mi pare che abbiamo un po’ troppo facilmente digerito questa opinione. Spesso la paura di dire o di mostrare parte dalla non dimostrata precomprensione che gli altri, i lontani, non ascoltino comunque. Portando la fede in giro, mi accorgo ogni volta che non è così. Una persona che viene a casa tua e ci viene in nome di un principio di non belligeranza, di non imposizione, di non indottrinamento, raramente è una persona rifiutata. L’uomo di sempre cerca da sempre cerca persone così. I testimoni di Geova sono molto più decisi e il loro “ dialogo” non nutre dubbi sullo scopo: far diventare tutti dei testimoni di Geova. La salvezza, per loro, è solo lì. L’indulgenza e la tenerezza di chi va in nome di Dio e di Gesù Cristo non ha similitudini con questi metodi. Ho trascorso intere mezz’ore a parlare con gente “ lontana” che non voleva perdersi l’occasione di dialogare con la Chiesa e un suo rappresentante. Ho scoperto nomi e geografie di tante persone passate per la parrocchia e poi scomparse, rivedendoli con tanta soddisfazione e mai trovandoli amari o accesi malamente o disturbati dal fatto di essere stati ri  -allacciati. Ho giocato con i bambini, che sono divertentissimi. Ricordo un ragazzo che mi costrinse a giocare con un game – boy, felice di vedermi perdere ogni volta e al quale dovetti chiedere la grazia di lasciarmi andare, anche per l’orgoglio ferito di ritrovarmi sempre a zero punti. E non dimentico che fu proprio grazie all’essere entrato in una famiglia con un bambino ( allora) piccolo che undici anni fa scoprii lo Zambia. Quel mio amico e fratello, Fabio, fu lo strumento per scoprire un mondo del quale sono ormai parte viva. Né dimentico Nora, una signor, anche lei una cara sorella,  che si stava involando verso il buddhismo e che grazie a quel contatto così episodico e fugace, cambiò rotta e amò Gesù Cristo.

La fatica si sente, ci mancherebbe. Un po’ anche l’umiliazione. Stare minuti interi ad attendere che qualcuno ti apra, mentre ci sta pensando ( e magari ti accoglie anche un po’ freddamente) è una umiliazione, lo so, ma fa bene all’anima. Aiuta i cristiani, ministri di Dio, a non essere arroganti, a recitare ( idealmente) quelle tre “ giaculatorie” che tanto piacciono a papa Francesco: permesso? Grazie! Scusa!

Se poi riesci a vincere la paura di certi cani, che sembrano tigri del Bengala, o di altri effetti sorpresa ( uno dei più gustosi è quando le persone si sono scordate il Padre Nostro o l’Ave Maria e ne recitano una versione “ apocrifa”), allora sei certo che torni a casa quasi divertito e meno stanco del solito.

E’ certo che la fede cristiana è in crisi, come lo è ogni fede in Occidente, a causa del secolarismo. E’ certo che chi ha una fede e ha vivo il desiderio di parlarne, o di convocare altri all’ascolto, è oggi in minoranza. E’ certo che il “ nulla” prevale nelle teste di tanti sul “ qualcosa” o sul “ Qualcuno”. Meno certo è che non possiamo fare niente. E sicuramente molto evidente è che se non rimettiamo in pista un linguaggio semplice, un approccio popolare, delle modalità che permettano l’ascolto e la condivisione e solo dopo la predica, noi non andremo meglio, forse peggio.

 

 

martedì 14 gennaio 2014

Quanta retorica!


Quanta retorica intorno a papa Francesco! E’ la retorica dei mass media normalmente ignoranti ( voce del verbo ignorare uguale a non sapere) che ovviamente rischia di nuocergli e di dare fiato ai suoi non pochi nemici. Domenica scorsa la notizia che Francesco abbia battezzato il figlio di una coppia sposata civilmente ha riempito le pagine. Un grande segno di apertura, titolavano in tanti. Senza sapere ( ovvero ignorando) che non solo decine di preti battezzano ogni sabato o domenica figli di coppie in situazioni ritenute irregolari dalla Chiesa ma anche che il motivo di questa prassi è dato dall’essere il Battesimo un bene oggettivo della persona cui viene dato, la quale viene accolta nella Chiesa a prescindere dal grado di appartenenza alla Chiesa stessa dei suoi genitori. Potrebbe infatti la Chiesa negare il Battesimo a un bambino o a un ragazzo o –come spesso avviene – a un adulto consapevole solo perché i suoi genitori hanno fatto una scelta diversa da quella cristiana? Ma, si sa, ormai tutto quanto fa il Papa sembra una novità straordinaria e questo è falso sotto due aspetti. Primo perché spesso non c’è niente di nuovo. Secondo perché questo ritornello lo fa apparire come un “ progressista“ acceso e indifferente alla tradizione, il che non è vero, o non è sempre vero e inoltre danneggia la sua immagine di uomo equilibrato, che con pazienza sta tentando una riforma della Chiesa senza per questo allontanarsi dalla fede o da quella prassi che, pur non essendo dottrina, fa progredire la Chiesa attraverso il “ consensus fidei” dei credenti.

Certo, riguardo al Battesimo ( così come per la Cresima) occorrerà  prima o poi risolvere il problema dei “ padrini”. Attualmente non possono svolgere questo compito coloro che hanno situazioni di coppia ritenute non canoniche dalla Chiesa. E’ vero che alcune situazioni non permettono di ricevere i sacramenti ma non è detto che chi le viva non abbia mantenuto la fede e non possa svolgere – al pari di chi è regolare – la funzione di garanzia del cammino di fede di un bambino o di un ragazzo. Vedremo se su questo il prossimo Sinodo dirà una parola.

Altro sgolamento dei mass media è sulla scelta dei futuri 19 cardinali. Il Papa sceglie autonomamente chi creare cardinale, facendosi ovviamente consigliare. La geografia dei nuovi cardinali non dice alcunché di nuovo. Pochi europei? Ce ne sono addirittura 8 e 5 sono italiani. Questa favola di un papa Francesco anti- europeista e tutto direzionato verso il “ terzo” mondo appare più divertente di quella di Biancaneve. Proprio perché Francesco viene da quel mondo non europeo, conosce bene i problemi di quella parte di Chiesa, che soffre in parte i drammi della secolarizzazione simili a quelli dell’Europa, in parte problemi legati all’annuncio della fede in un mondo ancora segnato da antichi paganesimi, in parte ancora questioni legate alla fedeltà dei sacerdoti al celibato. Ciò che appare veramente nuovo è la lettera che Francesco ha scritto ai futuri cardinali invitandoli cordialmente a evitare ogni mondanità per l’occasione. “Fa’ in modo che questo sentimento sia lontano da qualsiasi espressione di mondanità, da qualsiasi festeggiamento estraneo allo spirito evangelico di austerità, sobrietà e povertà.” Queste sue parole meritano davvero l’Oscar! Se si pensa che tuttora la visita, che amici e devoti dei nuovi cardinali fanno agli stessi subito dopo il concistoro, si chiama – con un termine terribilmente arcaico – “ visita di calore”. Luigi Accattoli ha scritto sul Corriere del 13 gennaio  che Francesco, nella scelta dei suoi collaboratori, “ rompe le cordate”.Ha scritto: “Bergoglio ama sparigliare i giochi della nomenklatura ecclesiastica, in particolare di quella italiana che è la prima al mondo per numero e ambizioni”.  Credo abbia voluto  comunicare che il Papa non ha scelto i cardinali che alcuni ( anche se non tutti) si aspettavano. D’altronde il cardinalato è sempre stato legato alla persona, ai suoi meriti individuali, a prescindere dall’incarico che essi ricoprono. L’idea che esistano diocesi “ cardinalizie” o posti cardinalizi a tutti i costi è idea non suffragata dalla tradizione e apparentemente entrata nella prassi cattolica da non più di una cinquantina d’anni. E’ questo infatti che crea le cordate. Che un vescovo si accaparri diocesi impegnative e grandi o incarichi curiali, dove magari va certo del futuro cardinalato, è questo che forse Francesco vuole abbattere. E sembra muoversi in questa linea. Il Papa ovviamente comanda. Sceglie persone di sua fiducia, non promuove persone che questa fiducia non gliela ispirano. Non c’è nulla di strano in questo atteggiamento. Forse qualcosa di diverso rispetto al predecessore c’è. Benedetto delegava probabilmente di più, come si addice a un teologo, uno studioso che naturaliter sta sui libri. Nessuno dimentica quanto profonde e efficaci fossero le catechesi di Benedetto, sebbene per comprenderle fosse necessario a molti rileggerle e meditarle. Francesco sembra più presente, avendo ereditato situazioni pesantissime, causate forse anche da un vuoto di governo. Appare più spontaneo nel parlare e sicuramente lo é. Sta molto al timone. Come ogni gesuita, ascolta molto, discerne e poi decide. Certo, chi si sente “ escluso” potrà non amarlo tanto. Ma qualunque credente, qualunque uomo abbia a cuore il bene della Chiesa, anche partendo da posizioni laiche di non appartenenza, non può che apprezzare l’enorme fatica che sta facendo. E per la quale, più che retorica, sono necessari accettazione e consenso.