lunedì 9 giugno 2014

Grande Francesco


Stavolta Francesco ha superato se stesso. O meglio, la grazia di Dio gli ha permesso di operare grandezze. E proprio nel giorno della Pentecoste cristiana, festa già ebraica ( festa delle shavuoth), giorno nel quale – secondo gli Atti degli Apostoli –nacque la Chiesa, ovvero la comunità dei credenti pacifici, infuocati e incoraggiati dalla forza di Dio. Francesco ha messo insieme a pregare chi si combatte. Quelli che si odiano si sono seduti, l’uno a destra l’altro a sinistra di Francesco e  hanno ascoltato e partecipato alle invocazioni di fede delle tre religioni monoteiste.

Prima di Francesco aveva fatto questo Giovanni Paolo II ad Assisi. Poi lo aveva fatto papa Benedetto. Francesco ha fatto – diciamo che ha osato – di più. Li ha invitati tutti a casa sua, nel giardino di casa sua. Ha invitato anche Bartolomeo, il patriarca ecumenico delle chiese ortodosse. E ha voluto che fosse lui il primo a leggere la preghiera dei cristiani, che tra l’altro era tratta dall’Antico Testamento, ovvero dalla Bibbia cara agli ebrei . Bartolomeo ha letto un brano di Isaia, un profeta degli ebrei che i cristiani leggono come parola di Dio, ispirata da Dio quanto lo è la parola del Vangelo. Solo un pezzetto della preghiera cristiana era in italiano. La terza parte dell’invocazione cristiana era addirittura in arabo. Era la preghiera di san Francesco sulla pace ma è stata letta in arabo. Una squisita cortesia, un gesto di intelligente sensibilità verso le lingue semitiche, araba ed ebraica, che trovano una sorta di unità nella lingua aramaica, cioè nella lingua che Gesù parlava.

Francesco è un genio. Non è ( forse) un genio della teologia ma è un genio della sensibilità. Un genio della semplicità. Quando ha accolto Abu Mazen e Peres e poi Bartolomeo a santa Marta, li ha accolti in un albergo – di fatto è così– dove lui abita una camera con studio e bagno. Aveva detto che nell’appartamento vaticano ufficiale non ci voleva andare per motivi psichiatrici. In poche parole, ha detto che lì sarebbe diventato matto! Francesco è un genio della sincerità, dell’immediatezza, della naturalezza. C’ è bisogno di geni per queste cose? I geni non erano quelli della fisica, della matematica, della letteratura? Evidentemente no, quelli non bastano per dare speranza alla gente, per caricare di fiducia il futuro.

Francesco è salito su un pullman bianco, che è solo un poco più pulito e carburato del pullmino della mia parrocchia, quello con il quale vado a fare la spesa o trasporto bambini e ragazzi ai campi estivi. Dentro  il pullman ha chiacchierato, ha riso, ha fatto ridere le due colonne politiche  dell’ebraismo e dell’islam. Ha fatto si che si abbracciassero. Lo ha fatto con quella faccia sorniona, che ormai chi lo ama aspetta di vedere ogni volta che accende la tv per guardarlo. Con quella faccia sulla quale – se non fosse esagerato dirlo – mi piacerebbe dire che sembra non sia mai passato il peccato, la malizia, la doppiezza di chi fa politica e piega al suo successo personale anche le strette di mano per una ipotetica pace nel mondo.

Francesco ha fatto quello che già fece il santo da cui prese il nome. Francesco di Assisi andò a Damietta, in Egitto, a incontrare il sultano Malek al Kamil. Davanti, a san Giovanni d’Acri, c’erano gli eserciti crociati della cristianità civile e ecclesiastica. Erano pronti a fare guerra, l’avevano già fatta. S. Francesco c’è andato a rendersi conto, c’è andato a parlare. Ha parlato al sultano di Cristo, gli ha chiesto di convertirsi ma non gli ha sparato addosso né pallottole né cattiverie aggressive di parole o gesti. E’ uscito da lì pulito come pulito era entrato. Nessuno gli ha torto un capello. Forse ( e d’altronde Cimabue ce ne ha dato una credibile immagine) anche lui aveva un faccia sorniona e umile, modesta e ordinaria, la faccia di un figlio dell’uomo e di Dio, che amava l’uomo in Dio e Dio nell’uomo, in ogni uomo,anche nel sultano.

Francesco ha fatto quello che ogni credente dovrebbe fare ogni giorno. Basta un giardino, un pulmino, una Bibbia, un Corano. Basta l’abbraccio e ci vuole una tonnellata di umiltà. Io provo a farlo quando porto i miei alunni in Sinagoga, o nella chiesa greca di san Teodoro a Roma o in quella luterana di via Germania. Ce li porto perché mai e poi mai abbiano a dire che la religione che gli è stata insegnata li abbia formati a guardare all’altro con sospetto, con senso di superiorità o di supponenza, col marchio vergognoso di credersi i migliori. Provo a farlo con i miei amici musulmani Yasser e Aziz, che mi chiamano loro fratello e che io chiamo allo stesso modo.

Francesco ha detto ancora una volta cosa è la Chiesa, la sposa di Cristo. E’ un’arca di pace, è una zattera di comprensione, è uno scafo dove ciascuno può salire senza sentirsi giudicato o inquadrato. “ Non giudicate e non sarete giudicati, non condannate e non sarete condannati” ( l’ha detto Gesù e lo riporta  Lc 6,37)

Francesco ha detto alla Chiesa cosa sia la pace. Come si trattino le persone, anzitutto i lontani da Dio. Quelli che non sono come noi, che non credono o che credono in altri modi. Francesco – più che portare onore alla Chiesa – ha riportato la Chiesa al Vangelo. Il vangelo è uno stile più che un onore. Uno stile non facile, impegnativo, che richiede l’uscire sempre da se stesso, che richiede la custodia del cuore, la custodia della mente, soprattutto della sua raffinatezza e della sua sensibilità.

Dopo aver visto domenica quel che abbiamo visto non si può più essere come prima.

 

 

Nessun commento:

Posta un commento