giovedì 16 ottobre 2014

Beato Paolo


 

Conobbi il papa Paolo VI da vicino il 16 maggio 1978. Da 8 mesi ero entrato in seminario e il Papa venne a san Giovanni in  Laterano ( il seminario é attaccato alla cattedrale) a celebrare una Messa in ricordo di Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse pochi giorni prima. In sacrestia, essendo stato scelto per servire la Messa al Papa, vidi il cerimoniere che – dopo averlo aiutato a salire sulla sede gestatoria – gli sistemò la gamba dolorante, piegandogli  leggermente il ginocchio. Il Papa gridò sommessamente per il dolore fisico. Non potei non commuovermi. Era un gigante fragile, malato. La sua espressione solenne e triste di quel giorno faceva uscire le lacrime. Giorno indimenticabile. Il 6 agosto di quello stesso anno ero a Strasburgo, in vacanza con due amici. Dormivamo in tenda e – passeggiando  per la città – vedemmo Il Corriere della Sera aperto a due facciate presso un giornalaio: “ E’ morto Paolo VI”. Fatto improvviso, inatteso. Quello poi fu l’anno dei due Papi, Giovanni Paolo I, morto dopo 33 giorni e Giovanni Paolo II, per la cui fumata bianca ero ( stavolta) in piazza. In realtà il vero Giovanni Battista Montini lo conobbi dopo, quando studiai la storia contemporanea della Chiesa e soprattutto il prodigio grande del Concilio Vaticano II.

Appresi con il tempo – che per un appassionato di storia è sempre amico – i sacrifici di quest’uomo e, insieme, il suo grande senso profetico. La storia della Chiesa, o meglio la Chiesa nella storia, si mosse anche grazie a lui. Il Concilio Vaticano II lo concluse lui. Un’opera umanamente gigantesca, fatta soprattutto di mediazione, di ascolto, nella quale spiccò la sua grande intelligenza e il suo amore per la Chiesa. Senza il Concilio la Chiesa sarebbe rimasta nel pantano di quell’immobilità in cui oggi più di qualcuno la vorrebbe , tornando indietro , come in una sorta di gloria passata, come se invece il tempo stesso non fosse passato ( trascorso) dimostrando che senza dialogare con il nuovo che emerge, si rimane indietro e irrimediabilmente spenti. E soli. Paolo VI, il 19 ottobre proclamato beato dalla Chiesa il cui  papa è Francesco, è stato un grande Papa. Non ci rimangono i suoi sorrisi, le sue battute. Non ha mai cercato di imitare papa Giovanni, il “ papa buono”. Non prendeva in braccio i bambini ma i suoi sorrisi sono indimenticabili . Sorrideva come sorride un uomo austero . Sorrideva quasi come un nobile. Era capace di provare entusiasmo per la folla, come nei grandi viaggi pastorali in India, nelle Filippine, in Colombia, in Terra Santa, inaugurando una stagione che poi san Giovanni Paolo II, da lui creato cardinale, fece diventare epica. Era un uomo fine e intelligente. Preparatissimo. Era – va detto – un progressista, progressista rispetto a un modello di Chiesa oramai superato. La Chiesa non cambia pelle riguardo alla fede, che la lega a tenaglia al Vangelo, ma certo la cambia quanto alla sua capacità ( o meno) di andare incontro alle cose nuove che il mondo, governato da Dio, le presenta e le chiede di affrontare. Non fu Leone XIII, vissuto 100 anni prima di Paolo VI, a scrivere un’enciclica famosa chiamata proprio  “ Rerum Novarum”? Soltanto un uomo illuminato come Paolo VI poteva insistere perché nella GAUDIUM ET SPES,  Il più importante documento pastorale del Concilio,fosse inserita questa frase:” Come è importante per il mondo che esso riconosca la Chiesa quale realtà sociale della storia e suo fermento, così pure la Chiesa non ignora quanto essa abbia ricevuto dalla storia e dall'evoluzione del genere umano. L'esperienza dei secoli passati, il progresso della scienza, i tesori nascosti nelle varie forme di cultura umana, attraverso cui si svela più appieno la natura stessa dell'uomo e si aprono nuove vie verso la verità, tutto ciò è di vantaggio anche per la Chiesa” ( 44).

Una Chiesa che riconosce che il mondo può darle aiuto e insegnarle qualcosa ,almeno  sul piano della convivenza umana e delle varie dinamiche dell’esistenza,  è il modello di Chiesa che Paolo VI ha portato avanti con coraggio. E’ il modello di Chiesa che oggi porta avanti papa Francesco. Senza venire meno alla fede. Poiché ogni cambiamento serio nella Chiesa, sia nelle sue strutture che nel suo agire verso gli uomini, quando è intelligente e produce frutti di dialogo e di annuncio del Vangelo, è sempre opera della grazia di Dio. Ed é per questo che quelli che cercarono di affossare Paolo VI sono i degni compari di quelli che oggi cercano di affossare Francesco. Non ricordo se papa Montini chiedesse spesso di pregare per lui. Francesco lo chiede sempre. E noi dobbiamo farlo sempre.