mercoledì 17 dicembre 2014

Fantastico Roberto


Sarò di parte, anzi lo sono ( e d’altronde essere col Papa è essere davvero di parte, ovvero dalla parte della Chiesa) se dico che le due serate di Benigni suo 10 comandamenti sono anche l’effetto benefico della presenza di papa Francesco a Roma. Una volta rotto il cerchio pesantissimo del conflitto con il mondo laico, conflitto a volte inevitabile ma spesso portato avanti in modo insano, imprudente e degenerante, è venuto fuori Benigni a parlare ininterrottamente di Dio per due sere, sulla TV di Stato. Io lo chiamo miracolo. O comunque cosa impensabile solo fino a dieci anni fa, forse anche meno. Quando persino i pochi minuti dedicati all’Angelus del Papa dai vari TG o il tempo della Messa trasmessa ogni domenica dalle Tv ( private, tra l’altro) o a qualche trasmissione di sapore religioso era considerato una sorta di attacco alla laicità dello Stato, definita – al contrario non dirò della verità ma dell’ovvietà – attraverso l’intolleranza verso ciò che è religioso. Punto.

Francesco ha cambiato pagina, senza abbassare la dottrina, senza compromessi col patrimonio della fede, e guarda caso  – se è vero che Dio muove il sole e l’altre stelle – dopo un anno un Benigni inimmaginabile è uscito fuori, forse dalle ceneri di quell’irriverente e sarcastico mattatore che conoscevamo ( e che ci ha non poco divertito).

Due serate, specie la prima, indimenticabili. Un colmo di gratitudine e di meraviglia. Forse anche di azzardo, come lui ha detto ( “ o mi scomunicano o mi fanno cardinale”). L’azzardo di dire, di fonte a un 38% di ascolto, che la cosa più importante è l’anima. In questa cultura che ha ucciso l’anima, sembrava di sentire gridare la sentinella dall’alto della torre:” Arriva il nemico, facciamogli festa!” Il nemico più grande di tutte le volgarità, di tutte le sciocchezze,di tutte le porcherie, le bravate, i tormentoni, di tante pubblicità ridicole, di tutti i personalismi di basso livello di tanti uomini e donne della Tv, è proprio l’anima. Ebbene, l’anima è stata riaccolta sul grande schermo e riproclamata dalla voce di un premio Nobel che ha fatto parlare anzitutto la sua.

Benigni ha parlato di Dio. Cosa incredibile. Ne ha parlato con stupore. Ininterrottamente, inesorabilmente. E quando si dice che la predica deve essere abbastanza corta, sennò stufa, d’ora in poi si dirà Benigni docet. Se di Dio si sa parlare, se dal parlare su Dio viene fuori un cuore innamorato, non c’è durata che tenga. Nemmeno il minuto di silenzio della prima serata, proclamato e chiesto per ascoltare quella voce che solo il silenzio fa percepire, nemmeno quello è parso lungo. Alla faccia di tanti minuti di silenzio negli stadi che si concludono – inevitabilmente – con un applauso. Contesti diversi, si dirà. Ma il silenzio, se viene dall’anima,  crea solo altro silenzio e i silenzi creano ascolto. Benigni, senza mai citarlo, ha ricordato l’essenziale di san Paolo:” La fede nasce dalla predicazione e la predicazione a sua volta si attua per la parola di Cristo” ( Romani 10,17).

Qualcuno avrà ancora il coraggio di Dire che di Dio non si può parlare? ovvero che – se Dio risuona per suo conto nella coscienza – si deve tacere? Che la religione deve essere individualista ( e ognuno lo debba essere )?

Roberto Benigni ha spezzato il filo cui si tiene appesa incertamente la secolarizzazione. Credere si, ma non parlarne. Perché, se ne parli, ti imponi e imponi, come se la parola fosse – di natura sua – una specie di ghigliottina dei pensieri liberi, di un sorta di anarchia della mente che sarebbe preferibile alla verità, da una verità che cerchiamo insieme ma avendo il coraggio ( e l’umiltà) anzitutto di capire cosa c’è di alto, di grande nella nostre anima, prima che nelle nostre opinioni più o meno informate.

Nell’anima c’è Dio. Ma il punto è se crediamo nell’anima( e se la nutriamo, come lui ha stupendamente ricordato). Benigni ha magistralmente detto che il primo comandamento suona così:” Io sono il Signore Dio tuo”. Ha sottolineato quel “ tuo”. Non è un Dio che si rivolga all’uomo come nei film da serial killer, dove il profilo e tutto è uguale e tutto scontato. La debolezza del seriale ( quando lo prendono) si rivela sempre quella di chi è programmato come una cosa ripetitiva e asfissiante. Io sono tuo, dice Dio, e tu sei mio. Una relazione, un rapporto, qualcosa di irripetibile, di individuale, di irriducibile a pure forme e a soli dogmi.

E, se uccidiamo l’anima, uccidiamo l’uomo. Noi stessi. Rendiamo – ha detto Roberto – vana la nostra vita. E come spot straordinario per quel Dio che reclama attenzione e relazione, ha detto:” Siamo connessi con il mondo ma disconnessi con noi stessi. Il corpo corre e l’anima rimane indietro, boccheggiante”.

Fantastico Roberto. Non ha citato un  autore cattolico ( piuttosto aiutanti poeti e pastori valdesi) eppure ha compiuto l’opera più cattolica, nel senso di universale ( vero significato del termine): ha stimolato milioni di persone a riprendere in mano la Bibbia ( lo faranno?) e quelle 10 parole che hanno cambiato il mondo e che rimangono nella coscienza di ciascuno di noi. Quelle 10 parole alle quali persino una Chiesa, a volte troppo preoccupata di abbellire se stessa in liturgie o troppo ansiosa di mantenere le sue strutture, non ha proclamato sempre con vigore. E con la meraviglia dimostrata da un laico.

Domani, a scuola, dirò ai miei alunni:” Lo vedete che quando vi faccio le lezioni sulla Bibbia non sbaglio obiettivo?”. L’ignoranza agghiacciante della Bibbia – basta fare lo zapping sui quiz televisivi e spanciarsi di risate o amareggiarsi quando capitano le domande religiose – quell’ignoranza che non pochi credenti combattono, forse con Benigni ha iniziato ad essere picconata, come il muro di Berlino, almeno a livello pubblico.

Quando il linguista Tullio De Mauro, di sinistra e ministro della Pubblica istruzione, lamentò il deficit di cultura biblica nella nostra scuola, nessuno lo azzittò, perché era un vate della sinistra ( e un uomo molto intelligente). Ora Benigni ha dato in qualche modo forma a quell’appello e a quell’accorata ammonizione.

Grazie Roberto. Una pagina memorabile, per nulla bigotta, è stata scritta. Ora chi, come il sottoscritto,

lavora faticosamente per essere annunciatore e – quando ci riesce – affascinatore, nulla sarà come prima.