giovedì 23 febbraio 2017

A pochi giorni dalla Quaresima

CONSIDERAZIONI SUL DIGIUNO 
Una delle pratiche più disattese (forse scomparse) dal linguaggio e dalla prassi dei cristiani è il digiuno. Eppure, in una delle prime volte in cui Gesù ne parla, sembra darla scontata tra i suoi discepoli: E quando digiunate, non assumete aria malinconica come gli ipocriti” (Mt 616), Quando digiunate, dice Gesù! Non dice: se digiunate. E nemmeno comanda: digiunate! Digiunare è anzitutto rinunciare: i bambini in Zambia non digiunano, semplicemente hanno meno da mangiare. Nessuno andrebbe in una mensa Caritas per i poveri a dire: per favore, digiunate. Siamo noi che abbiamo tanto, di tutto e di più. Abbiamo cibo in abbondanza e di tutti i tipi, abbiamo benessere (anche se non ci basta mai), abbiamo risorse e spesso abbiamo anche chi ci assicura che le risorse non verranno meno. Per noi, solo per noi, digiunare significa rinunciare. A che cosa? Possiamo, per esempio, rinunciare a un po’ di cibo. Possiamo decidere di saltare un pasto una o due volte alla settimana e, come fanno i musulmani, mangiare qualcosa presto al mattino e poi cenare normalmente la sera (o scegliendo diversamente le modalità). Poco senso ha dire: io tutti i giorni a pranzo mangio un’insalatina al lavoro. Quando uno digiuna, digiuna! Niente c’è di peggio che prendere in giro se stessi e il Signore! Possiamo decidere di rinunciare a qualche dipendenza: il fumo? Il bicchierino o il bicchierone? La cena al ristorante il sabato sera, come se ce l’avesse ordinata il medico o un angelo apparso dal cielo? La tv, specie quando (intendiamoci bene) costituisca (per tempi considerevoli nella giornata) qualcosa della quale ci diciamo “che male c’è?”. Vogliamo dirne un’altra: non potremmo rinunciare alla sistematica maldicenza, quella che scatta come una fotocellula appena mettiamo piede da qualche parte? Non potremmo decidere di digiunare da questa cattiveria che, come le valanghe, da piccola si fa grande in breve tempo? Potremmo digiunare da un uso senza equilibrio della sessualità? Non siamo angeli ma il dottore non ci ha ordinato di stare sempre su internet o di girare gli occhi comunque e dovunque. Un metodo, anzitutto. Digiunare richiede volontà. Volontà significa agire sul tempo e sullo spazio e prevede consapevolezza: davanti a quale vetrina passerò oggi? Chi vedrò domani? Quale tavola imbandirò dopodomani? Chi e cosa sarà per me una tentazione? Secondo: un po’ di sana solitudine. Non digiunano i miei? I miei colleghi mi dicono: ma sei matto? Vedono che io mi tiro indietro rispetto a certe cose? I miei figli: ma sei bigotto? E io vado avanti. Terzo (più importante): qual è il suo significato? Ce ne sono almeno due. Educare il proprio carattere e domare il proprio volere. “Volere” è un verbo importante ma non è detto che tutto ciò che si vuole sia un bene. Inoltre, ci vuole un fine più alto e immediato. Ovvero se tolgo qualcosa a me la do ai poveri. Se mi costava 5 euro l’insalatina, li do ai poveri. Se risparmio qualcosa in altre cose inutili, lo do ai poveri. E così realizzo che digiunare non è solo sfidare me stesso. E, ancor più: così realizzo la giustizia, senza la quale la “misericordia” è solo una gran buffonata. Restituire ciò che è dovuto è molto più che fare sorrisini misericordiosi. Quarto (il più importante): qual è il fine di tutto questo? Gesù è il fine e, insieme, la fonte. Egli ha digiunato quaranta giorni nel deserto (Marco 1,13), c’è andato volontariamente e c’è andato (e non è un caso) proprio prima di iniziare tutto il suo ministero pubblico. Gesù, che aveva la natura umana come la mia, accanto a quella divina, si è preparato così a più alte e difficili rinunce, come quella della croce. Ce lo dice tutta la tradizione cristiana: digiunare è imparare un po’ per volta che la vita non è mia, non la gestisco io ma è Dio che me l’ha data. E, nella felicità che Dio desidera per me, è compresa anche la rinuncia e, in prospettiva, la croce, che non è una maledizione, specie quando sono io a sceglierla per imitare Gesù e per amore di chi non ha amore. La Quaresima, che inizia mercoledì prossimo, è il tempo migliore per cominciare (o continuare) a togliere cose e comportamenti inutili e dire a Dio, con libertà: mio Dio, io voglio vivere solo di te! Non basta pregare (che per noi, in genere, significa dire tante preghiere) ma occorre rinunciare. Quando uno rinuncia con fede, sa che non verrà meno, non morirà, non perderà: anzi guadagnerà. Provare per credere.

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